domenica 1 maggio 2016

Giacomo Cis

GIACOMO CIS
NOBILE E GENIALE TEMPRA DI COSTRUTTORE
Nei tempi remoti, laboriosi abitanti di regioni ricche di fertili terreni sentirono presto il bisogno di dedicare e riservare una «striscia di terreno» ai traffici, parte per il loro paese e parte per luoghi lontani, con cui dovevano attuare scambi di beni indispensabili, soprattutto per il lavoro ed il sostentamento quotidiano. Nacquero così nel mondo le prime «vie», formate in modo primitivo dal passaggio, dal calpestio dell'uomo e degli animali, e, grado grado, aperte e battute fino a ridurle sempre più e meglio praticabili.
In progresso di tempo, tali vie furono cosparse di frammenti petrosi (la «lapidibus via») formandosi, in superficie, uno strato di materiale arido, atto ad impedire la 'formazione del fango e di profonde ormaie; ed ecco la «strada'» (la «via strata» dei Romani, dal verbo sterno, stravi, stratum= stendere>, munita, in seguito, di selciatone (il moderno «sottofondo», e dì lastricato (stratura), a seconda delle possibilità e delle crescenti esigenze del transito, che,
per molti anni, seguì sui terreni meno accidentati, lungo i corsi d'acqua fino al loro sfocio nel mare, dove si poteva ricorrere all'ausilio della navigazione, e, solo più tardi, attraverso i valichi battuti dalle prime peregrinazioni di popoli. Vera presa di possesso della crosta terrestre, impronta magnifica del crescente regno umano, <antichissimi commoventi segni -come scrisse nel 1941 Giovanni Papini - delle riforme che l'uomo impone alla Terra>.
Poco consistenti furono le strade dei Cartaginesi e dei Fenici, laddove i Romani seppero costruire per primi, estesi, perfetti tronchi stradali lastricati, con scambi per i pedoni e rotaie, (orme che, com'è bene ricordare, suggerirono, verso il 1830, l'idea delle odierne <strade 1cr-rate>); rotaie dovute al bisogno di offrire una sicura guida alle ruote dei carri. La prima strada magistralmente costruita è la «Via Appia> di Claudio Appio(a. 213 a. C.), da Roma a Capua, larga 8 m., cui seguì quella degli Appennini, mentre al tempo di Cesare, Roma era stata ormai congiunta con tutte le Capitali dell'Italia Antica e con i principali centri delle provincie, superando anche vari valichi alpini. Più tardi tutte queste strade furono man mano inghiaiate e dall'anno 100 a. C. selciate o lastricate, mentre sì cominciò a disporre lungo il loro percorso posti di scambio per gli attiragli, muniti anche di cavalli di rinforzo e di carri, dato che le prime strade dei Romani, ricche di lunghi rettilinei, non temevano nemmeno le pendenze oltre il cento per cento, contando certamente sulla maggior robustezza d'uomini e d'animali di quei tempi
Fin qui i primi grandi Maestri.
Vediamo ora come si sviluppò, dopo le abbondanti impronte lasciateci dai Romani, la rete stradale del Trentino e più specialmente quella delle zone atlorno al Benaco, dove, poco discosto da Riva, a Bezzecca, il 12 giugno 1782 nacque Giacomo Cis da Giacomo ed Elisabetta Santolini Moret di Tiarno dì Sotto, sposatisi il 10 febbraio 1777.
Egli usci da una dette tante tipiche famiglie tridentine, in cui nessuna distrazione, e nemmeno il forte lavoro esteso dalle stelle del mattino a quelle della sera, poteva disto-gliere i genitori da quella che era la loro principale missione: I'educaziòne severa quanto affettuosa della prole. E molti furono i casi in cui questa educazione era addirittura innata nella stirpe.
Da esperto mulattiere e carbonaio quale era stato già il padre suo, Giacomo, fin dalla giovinezza ottimo autodidatta, assurse ben presto, per intrjnseche qualità d'animo e pronta in. intelligenza, a nobile figura di vero e proprio Patrizio. Ciò risulta lampante a chi guardi la chiara e caratteristica sua effige.
Fu così che Giacomo Cis potè aspirare alla mano della Contessina Gioseffa Pompeiati di Trento e sposarla il 29 settembre 1807, a 25 anni di età, venendo poi presto a stabilirsi a Riva, dove mori il 3 gennaio 1851, dopo la morte della moglie, avvenuta già il 13 agosto 1849.
Egli godette la stima delle personalità più spiccate del tempo suo in tutto il Trentino, dalle quali fu tenuto in grande onore. Lo dimostrano appieno gli scritti che più innanzi si riproducono.
Ai tempi dei Romani nessuno ardì incidere una benché modesta strada lungo le im. pervie pareti rocciose fra Riva e lo sfocio del T. Ponale nel lago di Garda. (Notabene: allora si sarebbe dovuto lavorare con l'ausilio del fuoco e dello scalpello, non esistendo ancora gli esplosivi). Si mirò, invece, ad evitare l'ostacolo col percorso molto più lungo di Riva Campi -Bocca (o Passo) di Trat - Vai Sorda - VaI Concei1 fino all'abitato di Lenzumo, con prose­cuzione, per la Bocchetta alle Gombie, verso Val Molini - Plagna - Castello di Tiarno di Sotto. Bocca di Giumella - Por, nelle Giudicarie Inferiori, - Condino e Creto, attraverso i Passi di Rango e di Giovo.
Altra via: da Tremosine al passo di Notta, con discesa a Pur - Legos - Molina - Bar­cesimo - Passo Giumella di Biacesa - Campi - Riva; ma si trattava dì strette e malagevoli mulattiere, a forti pendenze.
Non si hanno notizie attendibili sulle vie di comunicazione esistenti nel Medio Evo; si sa solo che, ancor prima del dominio Scaligero (XIV secolo), esistevano già delle mulat5 tiere fra i vari villaggi, e che gli Scaligeri avevano fatto ampliare il porto del Ponale per rendere più comodo e sicuro l'accesso ai lago dalla detta Valle.
Della strada romana Riva Bocca di Trat - Tiarno - Bocca Giumella - Por si erano valsi i Veneziani nel 1430 per far giungere armi e vettovaglie a Brescia.
lì Capitano visconteo Nicolò Piccinino, forte di 400 tanti e di 100 cavalli, tentò di impedirlo, ma fu sconfitto dal Condottiero veneziano R. da Sanseverino, che disponeva di 400 fanti e 200 cavalli. 1 Milanesi trovarono la morte in una valletta presso la Rocca di Len­zumo, laterale alla Vai Concei la quale conservò poi il nome dl <VaI dei Morti>.
lì dominio di Venezia dùrò ivi fino al 1509 e valse a migliorare lé condizioni della strada della Val di Ledro e del Porto alla foce del T. Ponale, nonché a far sorgere, lungo il Ponale ed in qualche villaggio della Valle, ferriere e fabbriche di cappelli, di cui quella di Tiarno di Sotto si mantiene ancora oggidì, ma quale fatbrìca, soprattutto, di pantofole.
Nel 1703, durante la guerra di successione spagnola, i Francesi entrarono nella VaI di Ledro per <la via romana Passo di Notta - Legos. Questa stessa via fu pure utilizzata dai Francesi nel 1796, durante la guerra napoleonica.
Negli ultimi due secoli, invece, fu posto mano, nel 1746, alla costruzione d'una nuo­va via mulattiera lungo la destra del Ponale, dal Porto. Ponale (primo importante golfo del Garda a sud--ovest di Riva), fino al ponte di <Porcil» sotto Biacesa, continuata in seguito lungo tutta la Valle di Ledro. Tratti di questa mulattiera, furono poi grado grado ricostruiti con le caratteristiche delle <strade carrozzabili>, e precisamente: nel 1837-1838, il tratto Fonte di Porcil - Prè - Molina di Ledro; nel 1839, il tratto Molina - Pieve di Ledro.; negli anni 1840 1842, il tronco Pieve 41 Ledro - Tiarno dì Sopra. Nel 1843, da Tiarno di Sopra al confine con Storo; nel 1846 fu aperta la via detta dell'Ampola, lungo il torrente Palvico; affluente del Chiese, oltre lo spartiacque fra i laghi del Garda e d'Idro, da Tiarno di Sopra sino a Storo e Cà Rossa, oltre il fiume Chiese, sulla Tione - Caffaro; nel 1847 la mulattie­ra di VaI Concei, da Bezzecca a Lenzumo. Nel 1849 fu collocato il cippo di confine fra Le­dro e Storo in VaI d'Ampola, e quindi fra i distretti di Riva e Tione.
Nel 1881 fu resa carrozzabile la tratta Pieve di Ledro - Locca (primo villaggio che s’ incontra entrando da Bezzecca in VaI di Concei); nel 1894 fu rettificato l'andamento della strada di VaI di Ledro presso Mezzolago, trasponendolo sulla sponda del lago di Ledro.
Nel 1848 i Corpi Franchi vi giunsero dalla VaI d'Ampola e dal Passo di Notta.
Il 18 luglio 1806 i Garibaldini entrarono nella Valle di Ledro, parteattraverso il Passo di Notta fino a Legos e Pieve, mentre, il 20 luglio susseguente, la rimanente parte del Corpo di spedizione, con alla testa Garibaldi stesso, v'entrò per la Valle d'Ampola, dopo ridotto al silenzio il forte d'Ampola dai famosi cannoni del maggiore Dogliotti trascinati, con la guida e l'aiuto di vari patrioti di Storo, fin sul Doss6 ché sovrasta la valle poco più a nord-est di quel Borgo. E furono i cennati cannoni del celebre puntatore maggiore Dogliotti, che resero possibile la vittoria di Bezzecca del 21 luglio 1806.
Nel fervore dei precitati svariati allacciamenti stradali, cui le laboriose popolazioni della Valle di Ledro si sentivano spinte ormai da impellenti bisogni, è ben logico che, nella mente chiara e lungimirante di Giaco,no Cis, maturasse la concezione del progetto, (molto arduo per quel tempo, in cui mancavano affatto i contributi della cessata monarchia Austo-Ungarica, che, anche per la strada delle Giudicarie, s’era fatto pagare perfino la polvere pirica, di cui teneva il monopolio), della apertura d’una comunicazione diretta, la più breve possibile, fra la Val di Ledro ed il Garda, con mèta la città di Riva.
Ed é pur logico che Giacomo Cis, ch'ebbe l'animo, il coraggio e lo spirito d'iniziativa del vero <precursore>, sentisse vivissimo il desiderio di allacciare direttamente la diletta sua Valle con la piana del Basso Sarca, del quale gli erano pure note le bellezze naturali; ma soprattutto con Riva, che il poeta Giovanni Prati aveva già appellata
"Città gagliarda, Città cortese
"Perla dell'Italo nostro Paese"!
Senza dubbio, Giacomo Cis, nell'ideare tale allacciamento, affrontando aIl'uopo il ri­pido, scosceso e spesso strapiombante pendio roccioso del Monte Oro, immaginava già, e pregustava quegli imponenti e superbi panorami sul <Lago dell'eterna primavera», cui il Creatore profuse incomparabili bellezze naturali sui monti e sui pittoreschi centri abitati da cui è circondato. Tutti sappiamo che il tronco di strada più cercato e 'percorso a piedi dagli stranieri >2 con grande sopportazione delle noie della polvere dei tempi andati> è proprio quello del Ponale.
Giacomo Cis, dopo matura preparazione, predisposto tutto fin dal 1847, si accinse di nuovo verso il 1849, dopo spentasi la profonda e generale eco delle rivoluzioni scoppiate a Parigi ed a Vienna nel 1848, alla realizzazione del progetto da lui ideato e' fatto redigere e, superando difficoltà d'ogni sorta, gli era già quasi riuscito di aprire al transito nel 1851 la nuova arteria, cui nessuno prima di lui aveva pensato, ritenendo inattaccabili le pareti del Monte Oro e della Rocchetta, quando il 3 gennaio dei detto anno lo raggiunse improv­visamente la morte.
Con i mezzi allora a sua disposizione Giacomo Cis non aveva potuto certamente ripro­mettersi un modello di costruzione, anche in fatto d'andamento planimetrico e di larghezza costante, giacchè, per evitare spese enormi, il suo progettista dovette spesso ricorrere allo sfruttamento di tutte le possibilità di economie offerte, tratto per tratto, dalla varia configu­razione delle' pareti rocciose, nei 3350 m. circa di percorso, che intercedono fra il Ponale e Riva, e inoltre, nei tratti più scabrosi, ad una riduzione di larghezza anche fino a poco più di 3 metri, (come è pure accaduto lungo la Trento - Sarche - 'Tione), nonchè a curve"di raggio piuttosto piccolo.
Corretto ne fu, invece, fin d'allora, l'andamento altimetrico con pendenze moderate.
Tutto sommato si può ben asserire che Giacomo Cis, dati i mezzi di 'trasportò del suo tempo, con la sua fortezza d'animo e perseveranza fornì al'la sua Valle uno sbocco àdeguato ai suoi reali bisogni, e, al paese, un tronco di strada carrozzabile di prim'ordine sotto ogni riguardo, ma specie dal lato turistico e panoramico, per cui gli va riconosciuto grande imperituro merito.
A lui si deve poi la più breve comunicazione d'allora fra Trento e Brescia. Fa d'uopo accennare qui a coloro che furono gli interpreti del pensiero cd i colla-boratori affezionati di Giacomo Cis.
Quali progettisti: l'i. r. Ingegnere aggiunto Giovanni Piva di Pergine1 per la Bezzecca Lenzumo, in Val Concei, (nel 1847) e per la strada del Ponale, (184Q7t 1850» il Perito Buttarini, per la strada dell'Ampola (1846>; Il Perito Carlo Tonini per la Pieve Locca (1881>; il Geometra Martino Ambrogio Bondi, per la Prè - Biacesa (1843 - 1847); il Geometra Giu­seppe De Carli per la rettifica di Mezzolago (1894 - 1896>.
Alle espropriazioni per la strada del Ponale provvidero il Geom. Martino Ambrogio Bondi ed il Perito Carlo Tonini nel 1851.
Fra gli esecutori dei lavori di costruzione meritano d'e½.'sete ricordati Giovanni Maria Pialorsi di Vestone, per le strade dell'Ampola (1846> e del Ponale (1849 - 1851'); Giovanni Nicolussi di Luserna per le strade Pré e Biacesa (1843 - 1&47) e Bezzecca - Lenzumo (1847); Antonio Nicolussi di Luserna per la Pieve - Locca (1881).
Vicende delta Strada del Ponale e delle Valli di Ledro
e dell'Ampola (Riva – Storo), dopo la costruzione
La lunghezza totale di essa è di 33 chilometri, di cui i primi 3,50, da Riva fino alla valle del Ponale, costituiscono la parte maggiore e di più difficile costruzione.
L'andamento altimetrico, come si è già notato, è regolare, con pendenze della livelletta varianti fra il 4,50 ed 'il 6,00 per cento, però con prevalenza del 4,50. L'andamento planimetrico, com'è naturale, é sempre piuttosto tortuoso, poichè l'originario tracciato ha dovuto seguire la configurazione delle pareti rocciose del Monte Oro e di quello della sua propaggine, (Rocchetta), con rientranze nei numerosi valloncelli e specie nel vallone del Tor­rente Sperone a 1950 m. da Riva.
Per attentenuarne nei limiti del possibile, la tortuosità, il progettista di Giacomo Cis previde originariamente la perforazione di 3 gallerie, delle dimensioni massime di metri 5,00 x 5,00 circa e delle lunghezze rispettivamente di m. 31; 70; e 100, che, oggidì, dopo i nuovi lavori, recano, progredendo da Riva, i numeri 2, 3 e 5.
Il piano viabile era a semplice ciottolata; il bordo verso il lago, difeso da comuni muri di sostegno e di parapetto, ed in qualche punto da ringhiere di legno; verso monte: difeso, qua e là, da muri di controriva.
Di manufatti importanti, oltre ai consueti tombini per lo scarico delle acque raccolte glientisi lungo il bordo di monte,. non vi era che il ponte di legno sul Torrente Sperone aI chilometro 1,950.
L'intera strada del Ponale e della Valle di Ledro fu poi mantenuta a cura degli in­teressati Comuni, e dapprima. a datare dal 1833, per mezzo d'un «Comitato stradaleN, a capo del quale; per circa 18 anni, fino alla sua morte, fu Giacomo Cis.
In seguito la manutenzione di questa strada, com'era stato fino alicra di quella del l'Ampola verso Storo, 4" curata direttamente dai rispettivi Comuni, e, negli ultimi anni prima del 1913, con un modesto contributo annuò alle relative spese, concesso dall'Austria, ed esteso pure ad altre strade consortili, come per esempio quella della Rendena (divenuta statale nel 1908) e la Pinzolo - Campiglio.
Nel 1891 vi transitarono le prime automobili private, laddove, nel 1911, vi furono isti. tuite le corse regolari delle automessaggerie postali.
La memorabile alluvione del 6 novembre 1906 causò gravissimi danni alla Riva - Storo, ma più specialmente al tronco dell'Ampola, di cui un tratto di oltre 3 Km., con i due ponti «Stigolo> ed «alla Fortezza d'Ampola», andò distrutto completamente. Il corpo stradale, con i detti due ponti, fu ripristinato negli anni 1908 1912, parte a cura dell'Ufficio Tecnico Pro­vinciale ed in gran parte dagli Uffici Edili statali già esistiti a Tione e Rovereto.
Dopo la presa di possesso della piana di Storo da parte dell'esercito italiano nel 1915 la Riva - Storo iti mantenuta, per la durata della prima guerra mondiale, parte dall'Esercito medesimo, finci circa a Tiarno di Sopra, e pel rimanente dall'esercito austriaco.
Dopo la redenzione (fine 1918) l'intera arteria fu presa in consegna e mantenuta, quale statale, dalla Sezione LL. PP. dei Governatori militare e civile di Trento, e ciò fin verso il 1924, quando, in forza dell'emanazione del D. L. 15 novembre 1923 n. 2506, fu classificata nella seconda classe (disposizione confermata dal D. L .23 ottobre 1924 n. 1994), ed assunta così dall' Amministrazione Provinciale nel novero delle strade provinciali.
Nel breve periodo, durante il quale restò affidata alla cennata Sezicre LL. PP. ed indi al Genio Civile, neo istituito Ufficio di Trento, vi furono promossi i consueti lavori di manutenzione, intetisificativi nel settembre - ottobre 1921, in attesa del passaggio dei Sovrani; fu acquistato e trasformato in casa-cantoniera il fortino all'imbocco dell'allora prima galleria e, in seguito al parziale franamento d'un tratto di piano stradale, insistente in 'parte su un aggetto della parete rocciosa> fu perforata una nuova galleria, allora la quarta, della lun­ghezza di 160 m.; rna, per la scarsezza dei mezzi a disposizione, della sezione ridotta di m. 4.50 x 4,50 (progressiva Km. 2.250); inoltre vi furono eseguiti pochi saltuari allargamenti mercè demolizione di rocce, e qualch restauro di murature, con una spesa globale di circa L.500,000 (valuta 1922).
Ma le ulteriori maggor e più importanti opere di sistemazione e di conservazione della strada di Giacomo Cis (Ponale) sono dovute alla passione ed alla solerzia dell' Uf­ficio Tecnico Provinciale cd in particolar 'modo agli ingegneri Franch, de Prez, Zadra ed al defunto ing. Lugnani, i quali, dal 1924 fino ad oggi, hanno completamente sistemato -con ingenti scavi di roccia, muri di sostegno e di controriva e "di parapetto di vari tipi, anche su arco-morti, nonchè con massicciate e cunette, secondo le migliori caratteristiche di una moderna strada carreggiabile, della larghezza costante di m. 5,50, quivi compresa la cunetta - ben 2.206 dei Km. 3,350 di tale strada, i quali ora attendono ancor solamente la bitumatura, che 'vi sarà eseguita quanto prima. Restano da sistemare poi Km. 1.144.
Inoltre hanno perforato altre due gallerie (oggidì la I e la IV) rispettivamente di m. 70 e 68 e delle sezioni di m. 6x6 e 5,50x5,50; hanno provveduto all'allargamento ed al ri­vestimento d'una delle tre gallerie di Giacomo Cis, la prima divenuta oggidì l'a' seconda, portandola alle dimensioni, adottate ormai quale norma, di m. 5.50x5.50.
Tutto questo con una spesa complessiva di L.51.500.000 (valuta d'oggi).
Da tre le gallerie della strada del Ponale, qtiali erano originariamente, sono aumentate', fino ad oggi, a sei e precisamente:
La prima, di m. 70, sezione 6x6, nuova, al Km. 0~350.
La seconda di m. 31, sezione 5.SOxS.50, vecchia, ma allargata ora e rivestita, al chilometro 0.730.
La terza di m. 50, sezione SxS, vecchia, al Km. 0.956.
La quarta di m. 68, sezione 5.50x5.50, nuova, al Km. 1.780.
La quinta di m. 05, sezione 5x5, vecchia, al Km. 1.940.
La sesta di m. 160, sezione 4.80x4.50 del 1923, al l<m 2 250.
L'Ufficio Tecnico Provinciale" ha ora in progetto un'altra galleria della lpnghezza di 120 m. e della sezione normale di m. 5~50x5 50, la settima, al km. 1.140, poco prima della valle del T. Sperone, con lo scopo di eliminare delle curve e controcurve; inoltre tutti i la­vori di scavo di roccia di muratura e di massicciata ecc., indispensabili per il compimento della razionale sistemazione dei rimanenti mille metri della strada del Ponale. È pure nelle intenzioni dell'Ufficio medesimo di ridurre alla sezione normale, ormai generalmente adottata, di m. 5.50x5.50, la sesta galleria, costruita nel 1923 con scarsi mezzi dalla cessata Sezione LL. PP. del Governatorato della Venezia Tridentina.
Mercè tutti questi altri lavori aggiuntivi, per cui occorrerà un'ulteriore spesa di poco più di 30 milioni di lire, la strada del Ponale, coraggiosamente ed arditamente ideata e vo­luta da Giacomo Cis, vero precursore in tempi e in condizioni veramente difficili, sarà por tata al livello d'una modernà e sicura strada carreggiabile, in condizioni dì visibilità molto migliorate e della larghezza costante di m. 5.50, compresa la cuncttta, larghezza che, date le enormi difficoltà opposte dà la configurazione della zona pedemontana de I Monte Oro, va considerata insuperabile
Il piano viabile sarà poi liberato stabilmente dalla polvere molesta e dannosa, non temuta però in passato dai molti forestieri che anelavano risalire la strada a piedi, per poter godervi i superbi panorami offerti dall'ampio bacino del sottostante lago di Garda.
Lo spirito grande di Giacomo Cis gioìrà certamente dell'ampio riconoscimento della celebrazione centenaria della opera sua, che un patriottico Comitato sta organizzando; ma soprattutto per il gran bene che la sua mirabile iniziativa ha già apportato nel corso di un secolo e continuerà ad apportare per l'avvenire alla natia sua 'Valle, iI Trentino ed all'Italia.
Chi scrive fece del suo nieglio, fin dal 1921, per viemaggiormente valorizzare la strada di Giacomo Cis, insistendo perchè essa, da Riva al ponte a volta sul torrente Ponale, ripristinato a cura del Genio Militare subito dòpo la vittoria, fosse compre£a, quale primo tratto, nella arteria Riva-Limone, ed aIl'uopo fece approntare apposito progetto per l'intero tronco fino alla località <Reamaì>, confine con Brescia; progetto del quale si scorge ancora il tracciato inciso lungo le pareti che, da sotto Pregasina, sovrastano lo specchio del lago. Tale progetto, regolarmente approvato nel 1922 dal Ministtro dei LL. PP., offriva l'oc­lcasione di poter anticipare di vent' anni circa, con notevole risparm'io rispétto alla traccia b~;sa, la sistemazione della 'strada del Ponale, con enorme vantaggio pure per la Valle di Ledro, di raggiungere> a sud del Ponale, un andamento meno accidentato 'e di ridurre considerevolmente il numero delle gallerie; inoltre di evitare i pericoli derivanti dalla costru­zione d'una nuova arteria sotto quella vecchia. Allora imperava il fascismo e così fu d'uopo abbandonare ogni lo4a, in cui il 'promotore era, purtroppo, rimasto isolato, ad onta della ri-~ levante economia prospettata. Superata di molto la globale spesa di 27 milioni prevista nel 1928 la Direzione dei lavori ottenne che la Gardesana Occidetitale fosse sostituila - nel novero delle strade statali> non superabile, allora, nella lunghezzà comples'siva di tutta la rete nazionale - alla vecchia, unica arteria nazionale Sarche~Caffaro, divenuta così in gran parte provinciale. Questo perchè la Gardesana Occidentale, in fregio al lago, fosse compiuta e poi mantenuta e, via via, consolidata a spese dello Stato.

L'illuminata opera di Giacomo Cis fu a suo ternI)o ricordata con riconoscenza dai Co­muni interessati mercè la posa di una lapide di m. 1,38 x 1,98 nella vecchia terza galleria, oggidì la quinta. La lapide che, dopo la redenzione, fu rimossa e riposta in opera in posi­zione più visibile al Km. 0.450, reca la seguente epigrafe:
QUESTA VIA - GIACOMO CIS DA BEZZECCA - ARDITAMENTE lDEÒ - E DI TANTO CONCETTO - CHE MOLTI DICEANO DELlRIO I MUNICIPI I - Dl LEDRO DI RIVA E DI STORO - SUASE - ONDE LA GRANDE OPLRA - A SPESE DEI COMUNI - NEL MDXXXKLI FU COMPIUTA - COMUNICAZIONE CON BRESCIA E MONUMENTO DELLA COMUNE PERTINENZA ROMANA - ALLA TRIBÙ FABIA.
A ricordo della prossima celebrazione centenaria, I' Amministrazione Provinciale ha' fatto murare sul portale della prima àalìeria (nuova) - lato Riva - un'altra lapide con ap­propriata epigrafe dettata dal prof. Luigi Menapace, che dovrà ricordare ai posteri le ono­ranze tese a Giacomo Cis nel primo centenario della sua morte e dell' apertura al~ transito della strada de; Ponale, da lui ideata e fortemente voluta.

LA PROVINCIA DI TRENTO - APRE LA STRADA DI LEDRO - A PIÙ INTENSA VITA -COMPIENDOSI IL SECOLO DELLA COSTRUZIONE ARDlTA E GENIALE – CHE GIAQOMO CIS IDEÒ - 1851 - 1951

Per quanto concerne le altre principali vie di comunicazione della parte cccidentale del Trentino si accenna qui alle strade delle Giudicarie, Trento - Tiene - Caffaro, ir~ cui, al1a « Ca' Rossa», mette capo la Riva - Storo, e della Rendena Tione - Pinzolo, che furono co­struite a tutte spese dei Comuni delle due valli, fra il 1850 ed il 1856; la Pinzolo-Madonna di Campiglio (vecchia) verso il 1870 (per iniziativa di un benemerito Giudicariese, Giam­battista Righi, lo scopritore della Stazione alpina di Madonna di Campiglio, emulo di Gia5 como Cis, e che la costruì a tutte sue spese); infine la Campiglio-Campo Carlo Magno-Di­maro in VaI di Sole, verso il 1890, per opera del valente ingegnere trentino Dott. Vittorio de Dal Lago, della nota patriottica Famiglia di Cles.
Trento, il 17 maggio 1951
Ing. G. ADAMI


Galleria Agnese

Storie di Riva del Garda
29 settembre 2011 alle ore 20.42
10 marzo 2008 - Dal quotidiano "L'Adige"del 9.3.2007 -
di Vittorio Colombo
«Agnese» è una galleria. Un tunnel lungo oltre tre chilometri e mezzo. Agnese è anche una donna tosta che oggi vive gagliardamente i suoi 87 anni.
A dirla tutta, l'Agnese, donna e sindaco di Molina di Ledro, c'era ben prima della galleria. Anzi, è arcinoto che quella galleria che ha aperto la strada, e non solo metaforicamente, allo sviluppo ed al progresso delle Valle di Ledro, è proprio opera dell'Agnese, donna e sindaco, quasi l'avesse scavata lei con le proprie mani. Tant'è che, con affettuosa e colorita espressione, la galleria che dal 1998 collega la Busa dell'Alto Garda con la Valle di Ledro, è stata consegnata alla storia popolare come «El bus de l'Agnese».
Questa, vent'anni dopo, è la storia di una donna, all'apparenza normale ma in realtà animata da sacro furore, che ha vinto la montagna. L'ha proprio bucata, in pratica da sola perché si contavano sulle dita di una mano quelli che allora scuotevano la testa alle sue «pazzie». Proprio lei ha bucato la Rocchetta, galleria superiore appellata l'Agnese, e bucato il Tombio, galleria inferiore nota chiamato «Dom». Che non vuol dire parroco ma è solo il nome della località rivana.
Tutto ebbe inizio con un terremoto. La terra tremò alle 6.45 del 13 dicembre del 1976. Un regalo di S. Lucia da fine del mondo. «Ero sindaco dal febbraio del '76» ricorda Agnese Rosa che incontriamo nella sua bella casa di Legos, la frazione alta di Molina di Ledro. Sotto il campanile della chiesa, i tetti delle case. Il caminetto è acceso, perché fa ancora freddo e la notte prima la neve ha sbiancato gli abeti poco più in alto. L'Agnese è in gamba. Senza età, maglietta vezzosa celestino-cenere, i pantaloni scuri. I capelli a caschetto, bene a posto, e gli occhialoni che non fermano i guizzi dei suoi occhi chiari, azzurro cielo ledrense.
L'Agnese non racconta. Rivive. E le sue parole sono cariche di gestualità. Si dispera, impreca, prega, si mette le mani nei capelli e la testa gli cade di schianto sul tavolo, nel ripercorrere i momenti più drammatici, per poi risalire fiera e combattiva. Perché alla fine ha vinto lei. Ha vinto la montagna, ma anche lo scetticismo, la diffidenza, la solitudine, la disperazione di certi momenti. Ed ora tutto ricorda.
«La scossa durò sei secondi; qualche secondo in più e sarebbe venuta giù la Valle. Fortuna volle che fossero tutti a letto. In pochi istanti il paese era impazzito. Vetri, cornicioni, lampioni, tutto a terra. Ma le case hanno i muri antichi e i tetti in legno hanno fatto da elastico. Hanno visto il campanile della chiesa, 36 metri, che oscillava come un pendolo. E poi le urla: "la strada, la strada, è crollata la Rocchetta!" Corriamo a Biacesa, la strada del Ponale non c'è più. Una frana enorme se l'era mangiata».
Nessuno si muove. L'Agnese va da sola. Si arrampica sui sassi e va sotto, dove passava la strada per scendere a Riva. Si ferma sgomenta, sotto i piedi per decine di metri solo una voragine. E i toni sono da vangelo apocrifo. «Barriere sradicate, voragini, macigni. Pregando e piangendo - si dispera ancora oggi l'Agnese, - ho invocato la Madonna. Ed è lì, in quel momento, che ho avuto la folgorazione: una galleria. Per vivere la Valle di Ledro una galleria deve bucare la Rocchetta».
L'Agnese alza la mano sinistra. Ha il polso fasciato, vicino all'orologio, da un rosaio bianco. «Ecco - dice - quello che muove le montagne. La fede le muove e perfino le buca».
I tempi erano terribili. Mai una donna prima dell'Agnese aveva osato diventare sindaco e gli uomini, anche molti dei suoi amministratori facevano girare l'indice puntando la tempia e dicevano «L'è propi mata!».
Ma la disgrazia era grande. La strada del Ponale, una panoramica che è un balcone strepitoso sul lago, cadeva a pezzi. Le frane erano all'ordine del giorno, studenti e lavoratori restavano bloccati in Valle. Il ledrense era costantemente a rischio di isolamento. A beh, ma bucare la montagna… e con una donna per giunta.
«La Madonna ha voluto che trovassi in Provincia il Grigolli - dice l'Agnese. - Il presidente ci ha creduto e mi ha detto parti, vai ch'io ci sono».
L'Agnese va alla guerra. Si carica a mille e inizia il più tenace e devastante bombardamento che gli uffici provinciali ricordino. «Stavo al telefono giornate intere - ricorda l'Agnese - ma in Provincia c'era chi dormicchiava. Così andavo al Palazzo e attaccavo. Avevano nascosto in un armadio l'apparecchio «battiquote» necessario per i rilievi. Volevano farmi credere che era a riparare. Io ho aperto l'armadio e l'ho scoperto. «Bugiardi, ipocriti», ho gridato, una Valle muore, in nome di dio svegliatevi! Grigolli mi voleva bene, il dottor Armani, capoufficio, mi appoggiava; dei sindaci il solo che credeva in quello che facevo era Oliari di Tiarno di Sopra. Io stringevo il mio rosario e battevo i pugni, sui tavoli e sulle teste». Ci volevano i soldi e Grigolli mise in moto il ministro dei lavori pubblici Gaetano Stammati.
Gli fecero fare un volo con l'elicottero della Provincia, il 28 ottobre del '78, sopra le macerie della Ponale. C'erano con me ad attenderlo al campo Benacense Grassi, deputato delle Sarche e il rivano Mario Pollini assessore provinciale. Stammati non era sulle sue quando scese dall'elicottero. Grassi sussurrò che se l'era fatta sotto per la tremarella. Ma il ministro romano, scosso anche dalla vertigine e dal furore del sindaco donna disse all'Agnese: «Ho visto la sua valle, io le darò la via, perché la sua valle possa continuare a vivere».
La Provincia, tolto dall'armadio il battiquote, fa i rilievi, e l'Anas prepara il progetto. Il 26 dicembre Grigolli annuncia che ci sono 13 miliardi e 300 milioni. «La Madonna l'ha toccato», dice l'Agnese è solo all'inizio della sua infinita guerra contro la montagna. All'asta partecipano 146 ditte. Vince la Coge ma ha un ribasso troppo forte, e i lavori vanno alla seconda la Codelfa.
Partono i lavori. Le ruspe spianano un mucchio di terreno, tanto per gradire, poi sul posto resta un ometto che guarda un po' verso il ledrense un po' verso il lago. L'Agnese va fuori di testa dall'incazzatura, finché il 21 febbraio bussa al Municipio l'impresario Chini di Brescia che annuncia senza fronzoli: «Il tunnel lo faccio io!». La Codelfa andava a fallire, il Chini aveva fatto tunnel in Spagna e in Turchia. Il vicesindaco Silvano Dassati cominciò a porre questioni. «Taci che il sindaco sono io, comando io!», tagliò corto l'Agnese. Ma c'erano enormi problemi che disciplinavano i rapporti tra Anas e Codelfa. «Io scendevo tutti i giorni - ricorda, - dove le ruspe erano ferme e piangevo e pregavo S Giuseppe: "diglielo tu alla tua sposa che tu sai come dirglielo". Fatto è che poi sia il Dassati che l'Anas cominciarono a credere che tutto fosse possibile.
Chini portò una macchina infernale che si chiama Jumbo. Una sorta di zanzarone meccanico, lungo sedici metri con braccia di quattro metri. Faceva un buco centrale e poi buchi a raggiera, e la dinamite faceva squarci che era un piacere. Tre turni di lavoro, 24 ore su 24, la galleria andava avanti 16 metri al giorno.
Ma era troppo bello per essere vero: il 21 luglio dell'82 la Codelfa che aveva passato la mano alla Chini va in concordato provvisorio, l'Anas annuncia che si devono chiudere i cantieri e chissà se potranno mai essere riaperti. Parte l'azione legale, l'Agnese ingaggia il meglio degli avvocati milanesi. Si supera così anche questo scoglio e il 4 maggio dell'84 la prima galleria, 3.650 metri da Biacesa all'Albola, è finita. Ma, siccome Calvario deve essere, arriva un'altra grana enorme. Un viadotto avrebbe dovuto scendere su pali di cemento fino a Riva. Ma il terreno è ballerino, le prove dicono che non c'è stabilità.
Si fa un nuovo progetto per una seconda galleria. Si arretra di 150 metri. Viene disegnata una curva quindi si decide di scavare nel Tombio per 1.100 metri. Si scava in condizioni infernali sia da nord che da sud; in particolare verso Riva la roccia è impregnata d'acqua. «Sono stati uomini meravigliosi, hanno dato l'anima lavorando nel fango, tra infiniti disagi, in condizioni di pericolo. Si procedeva con tettoie e travi interni di protezione per 6 centimetri al giorno. Ebbene - dice l'Agnese - io continuavo a pregare: «Madonna fa che non si faccia male nessuno. Simili lavori, mi diceva lo stesso Chini, sono segnati purtroppo da lutti. É stato un miracolo, e lo dico in giorni come i nostri nei quali si parla di infortuni sul lavoro. Per fare le gallerie ledrensi si è lavorato per una decina d'anni, in condizioni drammatiche, e non si è fatto male nessuno. Questo - dice l'Agnese è oggi una della mie più grandi ragioni di conforto».
Il 4 maggio del 1988 i due scavi si incontrano alla perfezione. L'opera era alla fine. Ma - ricorda con rammarico l'ex sindaco, - non ci fu inaugurazione. I rivani erano furibondi. Infatti il collegamento con l'ingresso del tunnel doveva avvenire attraverso via Ardaro, dove c'era una strettoia giudicata pericolosa. Così per due anni le gallerie potevano funzionare solo per salire in valle, mentre si scendeva ancora dalla vecchia Ponale risistemata in qualche modo. Ma la situazione per la Ponale precipitò. Successe che un grosso camion, un bestione, sfondò il parapetto e rimase in bilico sullo strapiombo: ci lavorarono Rudy Rosa e altri della Valle per un sacco in condizioni di grande pericolo.
Poi fu miracolato l'allora sindaco di Riva Enzo Bassetti, dopo essere stato a Pregasina per i Santi: fermò la macchina a un centimetro da una frana enorme. 10 mila metri cubi di Rocchetta vennero giù e sparirono 60 metri di strada. E per la Ponale fu la fine. Le gallerie per la Valle di Ledro dal 1990 vennero aperte nei due sensi. Da quel fatidico 13 novembre, santa Lucia del 1976, erano passati 14 anni. La lotta di Agnese Rosa contro la montagna, la conquista delle gallerie, e l'inizio della nuova èra valle, hanno il sapore di una storia epica.



Famiglia Crosina

Vi avevo promesso di darvi notizie della famiglia Crosina.. Eccole
Dalla mia scheda in: Maria Luisa Crosina, Scheda in «Guida della Valle di Ledro», ed. Temi, Trento
Famiglia Crosina
La famiglia Crosina si stabilì a Tiarno di Sotto con ogni probabilità nel XVII secolo, provenendo da Balbido nelle Giudicarie dove si era rifugiata già alla metà del 1200 per sfuggire alla tirannide di Ezzelino da Romano, signore di Padova. In questa città, infatti, i Crosina, allora Crosna - il cognome attuale venne dato dall’imperatore Carlo V - avevano ricoperto cariche importanti: uno di essi vi era stato console al tempo dell’imperatore Enrico (1060 circa). Giunti nella nostra regione, entrarono a far parte dell’aristocrazia locale imparentandosi con buona parte della nobiltà trentina e distinguendosi in vari campi. Nel 1558 il medico Tommaso Crosina che si era trasferito a Trento e aveva sposato una Bonporto - il loro palazzo con lo stemma esiste ancora di fronte all’abside del Duomo - ricevette il diploma di nobiltà dall’arciduca Ferdinando d’Austria, dignità che nel 1675 fu elevata al titolo di baroni del S.R.I. con i predicati di Manburg (l’attuale Man alla periferia di Trento), Hausenheim, Mariastein e Miederpreistensbach. Il personaggio più di rilievo della famiglia fu Antonio (1581-1663), figlio di Tommaso, che scelse per vocazione la vita ecclesiastica: fu suffraganeo del cardinale Carlo Emanuele Madruzzo e nel 1647 fu eletto per acclamazione principe vescovo di Bressanone. Si distinse per lo zelo nell’istruire la gioventù, per le frequenti visite pastorali alla sua diocesi, per la pietà e dottrina. Morì in concetto di santità nel 1663 e fu sepolto nel Duomo di Bressanone; purtroppo la sua tomba non ci è stata conservata. Il ramo dei baroni Crosina di Trento si estinse con la scomparsa di Simone Felice consigliere reale, essendogli premorto nel 1762 l’unico figlio Giovanni Filippo. Simone Felice nel suo testamento del 19 gennaio 1775 nominò «eredi universali del suo cospicuo patrimonio gli orfani maschi della città di Trento» ordinando che il suo palazzo fosse ridotto «a comoda abitazione degli orfani»: era nato l’Istituto Crosina, oggi conosciuto come Fondazione Crosina-Sartori.
I capostipiti dei Crosina presenti a Tiarno giunsero in valle precedentemente al 1687; il ventisette agosto di quell’anno, infatti, il sacerdote Giovanni Crosina (o anche Crocina), oriundo delle Giudicarie e Pieve del Bleggio, cittadino di Riva, dove era cappellano della Disciplina e beneficiato Riccamboni nella Pieve di S. Maria Assunta, fece testamento in casa del notaio Sebastiano Olivario, lasciando dei beni a Giacomo, figlio del fu Pietro suo fratello, «oriundo delle Giudicarie presentemente abitante e convicino di Tiarno di Sotto», a Beatrice e Maria, figlie del fu Giovanni Crocina suo erede, alle chiese di Tiarno di Sopra e di Sotto e ad altre del Bleggio, tra cui, naturalmente, S. Giustina di Balbido. Cosa abbia spinto quel ramo della famiglia a trasferirsi in valle, rimane ancora oscuro: vi aveva dei possedimenti ereditati dagli avi? Una risposta potrebbe venire, oltre che dallo spoglio degli atti notarili dell’epoca, dall’identificazione delle località raffigurate alla base al suo albero genealogico conservato al Castello del Buonconsiglio di Trento e dalla decifrazione dei predicati nobiliari che sembrano riferirsi a toponimi. Ciò che sicuramente si sa, è che molti membri della famiglia Crosina, chissà per quali vicende, si distinsero posteriormente nel lavorare la pietra, in questo caso il granito, così abbondante in gran parte della vallata. Una tradizione familiare vuole anzi che essi fossero così abili e quotati, da venir chiamati a prestare la propria opera alla Corte di Vienna, e che si recassero per tale scopo a Praga ancora nella seconda metà dell’Ottocento. Pressappoco negli stessi anni, dei Crosina provenienti da Tiarno si trasferirono ad Arco - vi erano infatti celebri cave, con la pregiata pietra delle quali, l’oolite, vennero scolpiti molti monumenti famosi sia in Italia che a Vienna – per esercitarvi quell’arte che, da molto tempo ormai, è decaduta. Anche in Valle di Ledro non vi sono più scalpellini: l’ultimo d’essi fu il Bepi Crosina del ramo dei “Ballarì” (m. 1989); pure la vecchia casa di famiglia, «ricca di pregiati stucchi ed affreschi», come ricorda Bortolo Degara, è scomparsa: è stata distrutta da poco, per lasciare il posto ad una costruzione moderna.
M. L. C.
Maria Luisa Crosina, Scheda in «Guida della Valle di Ledro», ed. Temi, Trento



Esodo in Boemia

da "Comune di Ledro"
UN PO’ DI STORIA DELL'ESODO IN BOEMIA
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Valle di Ledro, parte integrante dell’Impero austro-ungarico, era zona di confine con il Regno d’Italia.
In seguito alla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria la Valle di Ledro diventò il fronte che separava due eserciti, quello italiano schierato a sud della valle e quello austro-ungarico schierato sui monti a nord. Questa situazione comportava un evidente pericolo per l’incolumità della popolazione civile.
A causa della pericolosità della situazione giunse l’obbligo per gli abitanti della Valle di abbandonare i propri paesi per una destinazione sconosciuta. La mattina del 22 maggio 1915 la popolazione ledrense trovò le case tappezzate dalla Notificazione dell’Imperial Regio Capitano di Riva che ordinava l’evacuazione per il giorno successivo, da effettuarsi entro 24 ore.
Gli uomini in età di leva, tra i 21 e i 42 anni già allo scoppio della guerra, nel 1914, vennero arruolati e partirono per il fronte. “In 60.000 furono arruolati in Trentino, 12.000 non fecero più ritorno, sepolti nei cimiteri di guerra galiziani, nella Bucovina, sui Carpazi. Più di 14.000 rimasero feriti, 12.000 caddero prigionieri dei russi e rimasero isolati per anni dalle famiglie e dal resto d’Europa, anche dopo la fine della guerra, per lo scoppio della rivoluzione bolscevica”[1].
Gli sfollati furono quindi soprattutto donne, bambini e anziani, molti dei quali non avevano mai oltrepassato il confine della Valle.
Dopo aver sistemato le ultime cose nelle case, nelle stalle, nei campi e dopo aver nascosto sotto le assi del pavimento le provviste e i servizi buoni di piatti e lenzuola, la popolazione si mise in marcia per raggiungere la stazione ferroviaria di Riva del Garda.
Nessuno aveva idea di quale fosse la destinazione. Le uniche indicazioni fornite avvisavano della necessità di portare approvvigionamenti per qualche giorno di viaggio.
Caricata sui treni merci la popolazione ledrense intraprese il lungo tragitto che li avrebbe portati nelle zone più interne dell’Impero austro-ungarico, nell’Austria superiore, in Boemia e in Moravia.
Dopo tre, quattro giorni di viaggio giunsero a destinazione.
I paesi in cui vennero dislocati avevano nomi strani, difficili anche solo da pronunciare: Buštěhrad, Chyňava, Doksy, Družec, Nový Knín, Milín, Příbram, Ptice, Železná, Svárov, Všeň, Stříbro…
All’inizio fu molto dura. Si soffriva la fame, non si capiva la lingua e la popolazione locale diffidava dei profughi italiani che chiamavano dispregiativamente “talianski” ma, con il passare del tempo le cose migliorarono. Tutti gli uomini erano al fronte, c’era quindi una grande necessità di manodopera per lavorare i campi e gli italiani, soprattutto le donne, diedero dimostrazione di grande volontà, operosità e onestà.
Così facendo i ledrensi conquistarono la fiducia delle popolazioni boeme, impararono la lingua e si instaurarono rapporti di grande amicizia che, una volta tornati in Valle, sopravvissero al tempo e alla distanza.
Terminata la guerra, dopo quasi quattro anni di lontananza, tra la fine del 1918 e i primi mesi del 1919, i ledrensi poterono tornare alle loro case, in Valle di Ledro. Non fu semplice separarsi dagli amici boemi e soprattutto dai tanti cari che, non sopravvissuti a questa tragica esperienza, vennero sepolti nei cimiteri delle terre d’esilio.
Diamo i numeri:
Ledrensi nati in esilio: 107
Ledrensi morti in esilio: 405
Ledrensi morti o dispersi in guerra: 103
Il numero complessivo degli esuli ledrensi si aggira intorno alle 5 mila unità




Salute e ambiente di lavoro

L'intervento del Sindaco di Molina di Ledro sul caso Collotta-Cis al convegno “Salute e ambiente di lavoro”:
COSI' AGNESE ROSA RIPERCORRE IL PERIODO DELLA SOFFERENZA
(pubblicato dall' "Alto Adige" il 6 giugno 1984)
RIVA DEL GARDA - Nel corso della recente giornata di studio su “Salute e Ambiente di lavoro”, iniziativa svoltasi al casinò municipale di Arco su organizzazione del sindacato CGIL-CISL-UIL, in collaborazione con il servizio provinciale di medicina del lavoro, il sindaco di Molina di Ledro, Agnese Rosa, ha tenuto una relazione molto interessante sul caso della Collotta-Cis. Accorato e particolarmente sofferto, l’intervento del sindaco di Molina si presenta molto importante anche per la serie di suggerimenti offerti in merito alla bonifica del vecchio stabilimento di Molina di Ledro, chiuso dopo le note vicende.
“Ogni qualvolta il discorso cade sulla ex fabbrica Collotta-Cis, si evoca nel mio spirito il mondo lontano della mia fanciullezza, rivive, sempre nitido, un quadro di ombre e di sfumature, che si mantiene sempre chiaro per le impressioni penose e profonde, sofferte allora, e rimaste incise per sempre nella mia sensibilità. Sono sguardi di sgomento, sono frasi appena sussurrate, permeate di sofferenza rassegnata, sono gesti che preannunciavano situazioni tragiche, che nel tempo trovavano regolarmente una conferma.
“La fabbrica è malsana”. – “Hai visto Vittore, che faccia gialla, che magrezza; ne ha ancora per poco!” – “E Tino, rattrappito dai dolori e immobilizzato sulla sua sedia! E Aldo con tutte quelle pleuriti”. Erano le frasi che i grandi si scambiavano, tra un sospiro doloroso e l’altro; ma che io carpivo avidamente, con un profondo senso di emozione. E guardavo il viso giallo di Vittore, scavato dalla fatica e dal male occulto, che gli scavava dentro.
Così ascoltavo le amichette che, con occhi stralunati, parlavano dei loro papà, ai quali portavano la cena in fabbrica, li vedevano emergere grondanti di sudore, dalla fitta nebbia dei forni, dove il calore era infernale, per uscire a torso nudo, carichi di materiale da depositare fuori; li osservavano uscire e rientrare in continuità, passando, senza alcun riparo, da un ambiente infuocato alle correnti esterne, sempre fortissime e fredde. E tutta quella polvere, così fitta da non potersi riconoscere a un metro di distanza, sotto quel tristemente famoso “bait”, dove si segavano le coppelle di amianto, tra rumori assordanti e correnti d’aria terribili.
Erano quelli anni di fame
Erano quelli anni di fame; di grande fame; durante i quali la valle, stremata dalla miseria, viveva di emigrazione. Le famiglie, appena costituite, si disfacevano, perché gli uomini dovevano cercare all’estero, nelle miniere delle lontane Americhe, quel sostentamento che in valle mancava. Tornavano vecchi, ridotti ad ombre, col piccolo gruzzolo che assicurava la vecchiaia. E in quei tempi di miseria paurosa, la fabbrica Collotta-Cis rappresentava una fortuna davvero incredibile, e coloro che potevano arrivarvi, magari attraverso speciali raccomandazioni, potevano dirsi ultrafortunati! Anche se poi, disagi, sofferenze, fatiche in un ambiente disumano, vessazioni, ricatti, intimidazioni, pagamenti estremamente ritardati, trasformavano in breve i lavoratori in poveri esseri abulici, passivi e sottomessi come un branco di schiavi, pena il licenziamento: com’era accaduto a quei 24 operai, che al primo tentativo di sciopero si erano ritrovati licenziati dalla sera alla mattina, come a quell’operaio che, ridotto alla disperazione, aveva osato chiedere un acconto e aveva perduto il lavoro a causa di un alterco.
Poi avevo visto le mie giovani amiche, che lavoravano in fabbrica, morire una dopo l’altra, di tumore: Anna, che lasciava 4 bambini e che vidi morire tra dolori strazianti. Carmen, Bruna, che lasciava un bambino e si spegneva dopo anni di lotte e di sofferenze atroci. Ma queste morti precoci, che ci lasciavano costernati e ci riempivano di dubbi che ci facevano risalire alle cause ambientali, non ci lasciavano supporre una causa diretta da ricercarsi nel materiale che veniva manipolato con assoluta tranquillità; non si sapeva di manipolare la propria morte con estrema spensieratezza, rifiutando anche la mascherina perché dava fastidio.
Intanto, lo stato di degrado ambientale scendeva a livelli sempre più bassi, senza che nulla mai venisse sperimentato o creato per un miglioramento benché minimo. A poco a poco la fabbrica decadde dal concetto primitivo e cominciò a farsi strada l’idea che troppi gaudenti, inetti e poltroni, volessero vivere sulle braccia dei lavoratori; finché, in un rigido mattino di gennaio del 1978 i lavoratori trovarono sbarrati i cancelli di accesso alla fabbrica.
Il trattamento brutale fece scattare finalmente gli operai, che montarono la guardia e strinsero d’assedio la fabbrica. In quell’occasione, l’Amministrazione comunale di Molina si schierò dalla parte dei lavoratori, li difese da tutte le angherie messe in opera contro di loro, li sostenne giorno e notte, li stimolò continuamente a resistere, finché, dopo mesi e mesi di lotta, vennero loro pagate tutte le mensilità arretrate e anche la liquidazione. Per quel momento era già pronto per i 23 disoccupati della Collotta-Cis, il piano d’intervento della Provincia, sollecitata allo scopo dal Comune di Molina, e tutti vennero assunti in un programma di forestazione, nel quale alcuni permangono ancora.
A prezzo di sofferenze inaudite
Finì così, nel più triste dei modi, quello squallido mondo di lavoro, che aveva dato un pane alla nostra gente, chiedendo come contropartita un prezzo paradossale di sofferenze inaudite e di morti precoci. Su quel mondo si stese il velo del silenzio e dell’oblio, finché un giovane medico ebbe il coraggio di lacerare quel velo, di sondare l’ambiente, di ricercare, di studiare e di mettere finalmente le mani sopra la materia terribile, responsabile di tante morti premature, di tante e tante malattie mai prima riconosciute: l’amianto, la fibra che per anni e anni era sempre stata lavorata e manipolata con tanta incoscienza con estrema superficialità, non conoscendone gli effetti funesti.
E’ merito del dottor Giuseppe Parolari essere penetrato di prepotenza nel mondo oscuro di una lavorazione ritenuta per anni innocua e di avere dato l’allarme; il suo grido d’allarme non si fermò davanti alla minaccia di denunce e di reali denunce che subì per le sue diagnosi, ritenute in un primo momento semplicemente diffamatorie. Per le sue ricerche, sostenute dall’appassionata sensibilità di studioso preparato e coscienzioso, s’è potuto finalmente svelare il mistero delle morti precoci, delle forme tumorali, polmonari e circolatorie, e si è corsi immediatamente ai ripari; e l’asbestosi è diventata purtroppo una parola terribilmente nota.
E’ la risposta a tutti quei “perché”, pieni d’angoscia indicibile, che captavo in un tempo ormai tanto lontano, negli occhi, nelle parole, nei gesti dei grandi, e che si erano incisi per sempre nel mio spirito. E forse sono state proprio queste emozioni penose a far scattare di prepotenza in me, il senso della responsabilità fortissima, che ritengo debba essere alla base della coscienza d’un amministratore, il quale non può non sentirsi pienamente coinvolto nei problemi vitali dei suoi censiti; quali il lavoro, la salute, l’ambiente.
Ho dato al dottor Parolari tutta la mia disponibilità nel tentativo di facilitare quell’opera che ha svolto sulle macerie di un mondo del lavoro per salvare ciò che ancora era salvabile. Abbiamo ricercato insieme tutti gli ex lavoratori della Collotta-Cis, per accertare in essi la presenza dell’asbestosi, mediante visite accuratissime, e per assicurare loro la rendita della pensione prevista per le malattie professionali. Siamo subito intervenuti anche sull’ambiente, per liberarlo dai residui dell’amianto.
Trovarsi nel regno delle ombre
Quando, insieme a lui, sono entrata per la prima volta nel mondo della ex fabbrica Collotta-Cis, ho avuto l’impressione sinistra di trovarmi nel regno delle ombre. Un labirinto di corridoi oscuri, di cunicoli sotterranei, dove l’aria e il sole non erano entrati mai e i piani superiori, aperti a tutte le correnti. Ovunque sfacelo e desolazione; questo era stato il mondo di lavoro della nostra gente. Come primo intervento abbiamo rimosso i cumuli di amianto che ancora vi si trovavano, servendoci di maschere e di tute speciali. L’amianto fu raccolto in sacchi robusti di nailon. Ora resta però tutto un ambiente da bonificare; bonifica, che solo l’Ente pubblico potrà realizzare con mezzi che il Comune non può trovare. Occorrerà asportare accuratamente i residui di amianto, tenacemente abbarbicati sull’orditura lignea dei tetti, sugli assiti, sui tavolati, sui pavimenti, mentre le parti murarie verranno intonacate.
Sarà necessario un intervento particolare di bonifica sulla discarica. Da tempo l’Unità sanitaria locale s’è prefissa il problema d’una bonifica integrale dell’ambiente dell’ex fabbrica Collotta-Cis. Ha richiesto l’intervento di un geologo della Provincia, che ha già individuato tutti gli interventi da effettuare. Nei mesi prossimi ci aspetta tutto un programma di opere da eseguire. Dovrà essere un lavoro meticoloso, come si può arguire dagli intendimenti dell’ente, lavoro che l’Amministrazione comunale di Molina seguirà con tutto l’interesse, passo su passo, al fine di bonificare radicalmente, integralmente, redimendolo, un ambiente, dallo stato del più avvilente degrado in cui s’è venuto a trovare.
Scomparirà così un mondo squallido e desolante, nel quale per troppi anni la nostra gente ha pagato un tributo durissimo, incommensurabile di sofferenza e di morte, per un pezzo di pane e per il quale, ora, l’Ente pubblico pagherà un tributo assai pesante per la sua bonifica. Ci resta solo la speranza consolante che là, in un domani non lontano, possa rifiorire la realtà nuova di un lavoro adeguato alla dignità dell’uomo.”
Agnese Rosa,
Sindaco di Molina di Ledro
Molina di Ledro, maggio 1984


Giancarlo Colò (1778-1844)




un pò di storia nostra;

Giancarlo Colò (1778-1844): aspetti biografici
di Antonio Carlini

La famiglia Colò

La famiglia Colò è originaria della Valle di Ledro, dove la sua presenza è documentata a partire almeno dal 1586. Colò è diminutivo di Nicolò, come si chiamava probabilmente il capostipite, ma l’etimo rimanda anche a una località della valle, dove fino al XIX secolo erano attivi due forni fusori per il ferro. Una serie di atti notarili, rogati da Lorenzo Guella e Domenico Clemente Risatti fra 1751 e 1809, citano i Colò come protagonisti della vita economica a Molina, Pieve di Ledro e Riva del Garda, dove a metà Settecento si era trasferito un ramo della famiglia. Uno di questi documenti, datato 25 ottobre 1806 (vergato in «Casa Colò di sopra in Molina di Ledro»), attribuisce la qualifica di dottore a un Massimiliano Colò, mentre chiama “nobili” i suoi figli Angelo e Giovanni Battista (tenente maggiore). Effettivamente la famiglia Colò era benestante e possedeva rendite consistenti. Almeno tre componenti il casato, fra XVIII e XIX secolo, esercitavano la professione di notai – Colò Massimiliano da Molina di Ledro (1785-1795: Giudizio di Molina di Ledro), Colò Pietro Antonio da Riva (1802-1817: Giudizio di Riva) e Colò Antonio di Riva (1790: Giudizio di Riva) –, mentre altri sei membri – Colò Antonio da Preore (1811-1870), Colò Bartolomeo da Biacesa (1721-1795), Colò Giacomo da Molina di Ledro (1740-1805), Colò Giovanni Battista da Riva (1731-1795), Colò Giovanni Paolo da Biacesa (1772-1840) e Colò Giuseppe (1718-1764) – erano sacerdoti.
Nel 1759 i Colò avevano ricevuto la nobiltà vescovile dal principe-vescovo Francesco Felice Alberti d’Enno pagando, probabilmente, le prescritte tasse fissate dal costume del tempo.4 Massimiliano si era poi laureato in giurisprudenza all’Università di Salisburgo e come dottore in legge, nel 1777, firmava gli Ordini della Valle di Ledro: «Io Massimiliano Colò delle LL. Dot., e Not. […] ho scritto», sottoscritti anche da un Angelo fu Giovanni Colò «Console di Molina»; lo stesso anno «Antonio Colò di Biaseza» confermava, assieme ad altri, gli Statuti della Valle.
Studente a Salisburgo – dal 1800 al 1807, iscritto gratuitamente al Collegio Rupertinum come appartenente alla nobiltà minore – fu anche il figlio di Massimiliano Angelo, [7] successivamente autore di un interessante opuscolo a sfondo musicale (Prodromo sull’azione salutare del magnetismo animale e della musica, ossia, Ragguaglio di tre interessanti guarigioni ultimamente ottenute col mezzo del magnetismo animale e della musica) edito a Bologna da Lucchesini nel 1815. [8] Nel segno probabile dell’arte correva pure, ad inizio Ottocento, l’amicizia fra un non meglio specificato Colò, «impiegato», e il celebre poeta nato a Molina di Ledro Andrea Maffei: tale Colò, infatti, veniva chiamato dal Maffei quale testimone al proprio matrimonio con la contessa Clara, nozze celebrate a Milano il 10 marzo 1832. [9] La vena musicale nei Colò scorrerà ancora in Val di Ledro: il 16 gennaio 1891 all’età di 73 anni moriva infatti Antonio Colò, «detto dall’Organo pel fatto ch’egli per molti anni fu l’organista in alcune chiese della Valle ledrense», suonatore anche di violino e ocarina. La sua passione e abilità per il pianoforte veniva trasmessa ai figli Santo, Nicola e Maria.

La piazza di Riva - Litografia su disegno di Basilio Armania praticare l’arte già a Riva del Garda, dove c’era un maestro organista in servizio presso la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta che si prestava anche a lezioni private. [11] Ai primi rudimenti in loco, il giovane Colò aggiungeva presto studi più approfonditi a Salisburgo e quindi a Vienna, meta obbligata per i centri dipendenti dal vecchio Principato di Trento, i cui collegi accoglievano al tempo i rampolli di molte famiglie nobili trentine. Filosofia, matematica e musica diventavano i principali interessi di Giancarlo a Salisburgo, dove frequentava i primi gradi delle scuole umanistiche fino ai 16 anni. Nel 1793 si spostava a Vienna. forse al seguito di un parente o per perfezionare gli studi musicali in una capitale frequentata da una consistente comunità di trentini; tra cui anche ottimi musicisti come il banchiere Giuseppe Antonio Bridi, amico di Mozart. Certamente la musica doveva giocare già un ruolo importante nella vita di Giancarlo Colò se, probabilmente attraverso la presentazione di qualche illustre personaggio, veniva ammesso alla prestigiosa scuola del celebre contrappuntista Johann Georg Albrechtsberger, insegnante di Ludwig van Beethoven e tra i più insigni didatti dell’Ottocento in Europa.
Il Colò si avvicinava così ai metodi compilati da Johann Joseph Fux e Giuseppe Tartini, perfezionava il pianoforte, l’organo, il violino e la composizione completando la propria formazione teorica. Cominciava anche a lavorare, dando soprattutto lezioni private di musica e scrivendo variazioni brillanti, sonate, danze e pagine cameristiche, che, a partire dal 1804, venivano regolarmente pubblicate dagli editori più importanti della città, Cappi e Weigl. Il Colò entrava dunque a far parte di quel fervido mondo musicale che, con i grandi nomi di Haydn, Mozart, Beethoven, Strauss, Liszt, Hummel, rendeva Vienna una capitale mondiale della musica. Alla costruzione di quel particolare gusto salottiero del fare musica identificativo della borghesia viennese di primo Ottocento, il Colò contribuiva con le sue opere, ma anche con l’insegnamento impartito alle belle fanciulle come a veri e propri concertisti, come il mandolinista Bartolomeo Bortolazzi nato nel 1772 a Toscolano Maderno, paese sulla sponda occidentale del lago di Garda a poca distanza da Riva. Una frequentazione che conferma come a Vienna “i trentini” o “gli italiani” facessero in un certo senso gruppo, aiutandosi e ricercandosi a vicenda. Nel caso specifico inoltre il Bortolazzi aveva sposato una certa Margherita Leonardi, il cui cognome rimanda ad una famiglia probabilmente trentina se non rivana. Il rapporto tra i due fu molto proficuo per il mandolinista, talentoso ma assolutamente ignorante, dal Colò trasformato nel creativo virtuoso poi lodato dai giornali più autorevoli di Londra, Dresda, Lipsia e Berlino; ammirato per le composizioni davvero numerose pubblicate in tutta Europa e ricercato da musicisti, come Hummel, che gli dedicò il suo Concerto per mandolino e orchestra.
Non conosciamo la data precisa di rientro in patria del maestro Colò. Dal suo necrologio, pubblicato sul «Messaggiere tirolese» nel 1844 e compilato da Antonio Micheletti o Antonio Musch, entrambi suoi allievi, risulta che Colò avesse deciso di abbandonare Vienna, attorno al 1810, perché sopraffatto dalla nostalgia. Il rientro a casa fu segnato subito da non meglio precisate «prove acerbe», «sventure» e «durissime circostanze». Trovò lavoro a Rovereto, dove pur non esistendo ancora una vera e propria Società Filarmonica, era attivo un gruppo di dilettanti che si prestava per balli, accademie, spettacoli teatrali e cerimonie religiose all’interno soprattutto del Casino dei nobili. Pur operando a Rovereto nel 1813, Colò era conosciuto a Trento, tanto da ricevere nel mese di giugno la nomina a maestro di Cappella della Cattedrale, subentrando a Francesco Antonio Berera appena scomparso; un incarico che sottintendeva preparazione e curriculum di assoluto prestigio. Ma il Colò rinunciava, fermato probabilmente da quelle «durissime circostanze» – problemi o di salute o di famiglia – ricordate nel suo necrologio, salvo riprendere il lavoro, due anni dopo, nel 1815, a Trento quale insegnante di Canto nell’appena ricostituita Scuola Filarmonica. La nomina ufficiale a maestro di Cappella del Duomo di Trento gli veniva rinnovata il 31 maggio del 1823: Giancarlo Colò mantenne tale incarico fino alla morte sopraggiunta il 9 dicembre 1844 nella casa d’abitazione (di proprietà dei Crosina) in Piazza delle Erbe, dove viveva con la moglie Marianna.
Non furono anni sereni gli ultimi del Colò, che moriva «gravato di debiti, e privo di mezzi per sanarli»; i suoi creditori furono comunque soddisfatti grazie ad una decisione del Vescovo che destinava loro l’intero salario dovuto all’organista per il 1845, favorito in «questa opera di carità» dalla supplenza gratuita di don Antonio Musch.

Attività artistica

Giancarlo Colò, compositore, esecutore (all’organo, al pianoforte e alla viola) e insegnante, riassume i caratteri tipici del musicista d’inizio Ottocento, protagonista di un mercato ancora in bilico fra libera imprenditorialità e antico mecenatismo. Nella moderna e consumistica città di Vienna, il Colò non esitava a pubblicare, presso gli editori Cappi e Weigl, diverse pagine pianistiche nello stile leggero, comunicativo, brillante e un po’ frivolo del tempo per conquistare il favore della ricca clientela disposta a investire denaro nelle lezioni private. Nella più austera città di Trento, ormai sicuro della propria posizione professionale, si concentrava maggiormente sull’insegnamento pubblico, dedicandosi alla composizione solo per obbligo contrattuale e quindi indirizzando la propria creatività al settore della musica liturgica. Le partiture rimaste, solo manoscritte in quanto destinate non ad un mercato ma all’uso locale della Cappella, comprendono Litanie, Versetti, Salmi, Messe e un Ecce sacerdos magnus per la presa di possesso del Vescovo Francesco Saverio Luschin (1824). Considerandone le qualità estetiche, alla sua morte, la stampa trovava motivo per definire lo stile del musicista un’arte «che sdegna ogni solletico, ma si fa modello al grandioso». [16]

Assai più amato della composizione fu sicuramente il momento esecutivo, mai tralasciato nella sua vita. Le cronache ci restituiscono una prima immagine del ‘pianista’ Giancarlo Colò il 19 maggio 1816, impegnato al Teatro Grande di Rovereto (l’attuale Teatro Zandonai) con il fagottista Giovanni Schumaz per l’esecuzione delle Variazioni, Adagio e Rondò per fagotto e fortepiano di Valesi. [17] Qualche mese dopo, il 29 ottobre, nella chiesa di Santa Maria Maggiore alle 6½ di mattina, accompagnava all’organo con «varie scelte suonate» la santa messa, celebrata per l’imperatore in visita nella città di Trento. La sua perizia nel settore organistico veniva più volte sfruttata per il collaudo di nuovi manufatti o restauri: così l’8 dicembre 1829 con Davide Urmacher firmava il collaudo dell’organo di Mezzolombardo [18] e il 31 ottobre 1830 con Damiano Damiani il ricostituito organo di Santa Maria Maggiore in Trento. La stabilità dell’impiego quale insegnante e Maestro di Cappella lo obbligava, a partire dal 1824, ad un servizio continuativo e spesso gratuito nell’orchestra della Filarmonica e del Teatro. Qui imbracciava preferibilmente la più rara viola, già utilizzata a Rovereto il 14 e 15 ottobre 1822 nella rappresentazione dell’oratorio L’Ombra di Samuele di Giuseppe Aloisi. Dal 1824 al 1834 era regolarmente stipendiato quale prima viola nelle stagioni liriche e veglioni del Teatro Mazzurana, affrontando le partiture di maggior successo di Rossini, Mercadante, Generali, ecc. Più partecipato fu l’impegno didattico, esercitato nella Scuola promossa dalla Filarmonica: assunto dal 1815 al 1844, il Colò insegnava per dieci mesi due ore tutti i giorni feriali canto e solfeggio per un compenso di 160 fiorini all’anno; doveva inoltre prestarsi gratuitamente con il violino o la viola nell’orchestra dell’Istituto durante le accademie, facendosi invece pagare per i balletti e le feste da ballo. Interessante l’opinione espressa il 25 aprile 1839 sullo sviluppo della classe di canto possibile, secondo il maestro, solo a fronte del massimo e libero accesso alla scuola aperta anche alle donne, condizionando quindi la selezione qualitativa a un lungo periodo di prova. Accanto all’insegnamento pubblico il Colò esercitò pure quello privato, esteso soprattutto alle famiglie della nobiltà trentina: il suo metodo, molto pragmatico, prevedeva la considerazione diretta del repertorio programmato dal Teatro Mazzurana, come dimostra la documentazione relativa al suo allievo Bortolo Cloz.
Con la scomparsa di Giancarlo Colò nel 1844 si chiudeva anche un periodo culturale preciso per la musica trentina: da quella data i maestri di musica non si formeranno più a Nord, nelle terre di cultura tedesca, ma a Sud, nel paese del melodramma, contribuendo a diffondere una cultura prevalentemente italiana.

spero interessi a qualcuno....

giovedì 27 febbraio 2014

Centrali elettriche


Il "balletto"  delle Centrali   Elettriche

1895. Entra  in funzione   La Centrale  Elettrica  di Riva alla Gora  del Ponale, Ia linea elet trica  corre  lungo   la strada   del  Ponale.  Il 28 novembre   1895 viene  illuminata   la  piazza Benacense  ( ora Piazza  III  Novembre).
23 maggio  1899. Don Lucillo Sartori curato di Molina  di Ledro fa richiesta  al  Municipio
di Riva per  una concessione  d'energia elettrica  alla Valle di Ledro. Non venne  raggiunto alcun accordo.

1900. Si costituisce  iI Consorzio  Elettrico  Ledrense  con sede a Molina.  II  presidente   Don Lucillo  Sartori  commissiona   un  progetto   per  una  centrale   idroelettrica.   La forza  d'acqua parte  da quota  655 (livello del lago di Ledro),  per scendere a   quota  579 con un salto  di 76 metri, sotto  la Fabbrica  della  Magnesia.  Questo  impianto,   mai realizzato,  viene denominato Centrale  Elettrica di Molina.
22 aprile 1900. La Comunita della Valle dei Concei delibera la costruzione  di un impian-
to idroelettrico  da  situarsi  nella  Valle dei Molini.  Da  incarico  all'ing.  Pietro  Tosana  di ela- borare  il  progetto  che viene presentato   il 12 settembre  1901, modificato  rispetto  a quello  originale  per la richiesta di allacciamento idroelettrico  del Comune di Bezzecca,
1901. Il Municipio  di Rovereto  delibera  di potenziare la forza elettrica  della città con  la costruzione   di una  nuova  Centrale  Elettrica nel territorio  del Comune  di Biacesa. La forza d’acqua  partirebbe  da quota  579 a quota  267 con un salto di 265 metri;  una condotta  idrauIica partendo  dalla presa d’acqua  prevista  per la Centrale di Molina, seguendo   in lieve pendenza il versante sud della Bassa Valle per una lunghezza di circa 4 Km, si allaccerebbe alla condotta  forzata sita a 255 metri sulla perpendicolare   della Centrale  di Biacesa,  Don Lucillo Sartori,  accantona il progetto   per una  Centrale  Elettrica  a Molina  e chiede  l'allacciamento elettrico per tutta la Valle.
24 gennaio   1902. Il Municipio  di Rovereto  offre al Consorzio  Elettrico  Ledrense  500 kw della  costruenda    Centrale  di  Biacesa. Non c'è concordanza  tra tutti i Comuni   di  Ledro; Lenzumo,   Enguiso,  Locca e  Bezzecca iniziano le trattative   per un impianto  idroelettrico congiunto nella  Valle dei Molini, Soloi paesi della Bassa Valle decidono per l’alacciamento con Biacesa. Viene definitivamente  abbandonato il  progetto  della Centrale  di Molina.
23 maggio  1903. Don Giacomo  Regensburger,   curato  di Storo, forma  un Comitato  citta- dino per  la realizzazione  di un  impianto  idroelettrico  sul torrente  Palvico.
14 agosto  1903. Il Capitanato   Distrettuale   di Riva approva  il progetto  idroelettrico  della
Comunità   dei Concei e Bezzecca.
1904. I due Tiarno  abbandonano   iI progetto  Gerosa  del Municipio  di Rovereto.  A  fron- te della  indifferenza delle Amministrazioni  Comunali, viene formate un Comitato  fra citttadini  dei due Tiarno  per condurre   trattative  dirette  nella scelta tra la costruenda  Centrale Elettrica dei Concei e la Centrale  Elettrica  di Storo.
9 febbraio   1905 II Comitato cittadino  dei due Tiarno  visita la  Centrale di Storo  e deci- de per l'allacciamento elettrico dei due paesi. Il  Comune  di Tiarno  di Sotto accetta  la decisione del Comitato,  il Comune  di Tiarno di Sopra  si oppone  ed inizia trattative  con Concei. A fronte  delle  proteste  dei cittadini,  anche il Comune di Tiarno di Sopra accetterà  l'allacciamento  con Storo.
10 marzo 1905. Nasce il Consorzio Elettrico dei Concei, Lo presiede Camillo Collotta.
9 dicembre   1905. L'impianto idroelettrico    dei Concei è completato  a tempo  di record:
nella notte  sul Colle di Santo Stefano  viene accesa elettricamente   una  "superba  croce".

14 dicembre   1905. Inaugurazione   ufficiale  del nuovo  impianto  idroelettrico  dei Concei; L'acqua di Vies accende  la luce nelle case di Lenzumo,  Enguiso,  Locca e Bezzecca.