storie:
CANDIDO
(la Collotta-Cis della val di Ledro e l’amianto)
Bussai alla porta e si affacciò un vecchietto piccolo piccolo dai capelli
bianchi. Con gli occhi vivaci di un ragazzino attento a tutto ciò che gli
succedeva attorno mi fissò un attimo e, prima ancora che potessi aprire bocca,
disse: «Caro dottore, la aspettavo».
Come sapeva che sarei andato da lui? La mia decisione di fargli visita era solo
di qualche minuto prima, quando nel municipio di Molina di Ledro mi avevano
dato il suo nome, Candido Zendri, messo comunale in pensione, come di una
persona che poteva aiutarmi a ricostruire la storia della “Collotta-Cis” e di
chi in quella fabbrica aveva per quasi cinquant'anni lavorato le pericolose
fibre di amianto.
Era la primavera del 1977 e nella zona del Garda trentino la medicina del
lavoro aveva iniziato la propria attività solo da qualche mese. Già però mi
erano giunti segnali ripetuti e non sempre ben decifrabili, velati di paura e
di voglia di incognito, che in quel comune della Val di Ledro e in quell'unica
fabbrica c'era qualcosa che non andava: i lavoratori morivano in gran parte
giovani «di tumori e di polmoni», mi dicevano, e la gente aveva paura.
Avevo così deciso di andare a verificare di persona sul posto se quel sentito
dire potesse corrispondere alla verità o se invece fosse solo frutto di
fantasia o di suggestione collettiva. Ma per fare questo avevo bisogno di
raccogliere dati e soprattutto di conoscere i nomi di chi aveva lavorato in
quella fabbrica per impostare uno studio di mortalità.
«E' stupito perché le ho detto che l'aspettavo?» continuò, vedendomi titubante.
«Certo, come potrebbe essere altrimenti, non ci conosciamo...». «Questo é vero
solo in parte» ribatté‚ con un sorriso tra il soddisfatto e l'arguto. «Lei non
mi conosce, ma io la conosco bene e proprio per questo ero certo che sarebbe
venuto da me».
Mi fece entrare. Lo seguii per la scala di quella vecchia casa fino ad una
stanza al primo piano rivolta a sud, piena di erbe e foglie in parte già
essiccate, in parte ancora stese al sole.
«Deve sapere», mi disse entrando in quella stanza che doveva essere anche il
suo laboratorio e la sua biblioteca, «che io non ho molta fiducia nei medici,
con tutto il rispetto per la sua professione, perché vogliono far guarire tutti
quanti in tre giorni e poi in realtà li ammalano con le loro medicine
miracolose ma altrettanto pericolose. Io mi curo, e aiuto tutti quelli che
vengono a curarsi da me, con quello che mi da il bosco, con le erbe, le piante.
Non ci metto tre giorni ma trenta, però quando riesco a far guarire sono anche
certo di non aver fatto ammalare nessuno».
Affascinato da quel vecchietto che mi mostrava le erbe, descriveva le loro
proprietà, sfogliava antichi libri sulle possibilità curative dell'acqua bevuta
a piccoli sorsi, mi ero quasi dimenticato del motivo che mi aveva portato in
quella casa. Ci pensò lui a ricordarmelo: «Lei non è venuto qui per questo, ma
per qualcosa di più importante, se non sbaglio» disse, rimettendo al loro posto
libri e foglie e avvicinandosi piano piano ad un tavolo.
Aprì un cassetto e ne tirò fuori con delicatezza e attenzione qualcosa che per
lui doveva essere molto preziosa. Era una teca di cartoncino beige che aprì e
dalla quale con mio stupore cominciò ad estrarre ed a mostrarmi, uno alla
volta, tutti gli articoli ben ritagliati e catalogati che erano usciti sui
giornali locali e che descrivevano il nuovo servizio di medicina del lavoro, i
primi difficili passi, le difficoltà che incontrava, le lotte dei lavoratori
per la difesa della loro salute.
«L'ho conosciuta così» disse, mostrandomi articoli e foto, «e devo dire che ho
molta fiducia in ciò che può fare il suo ufficio. Quanto a lei, non ha certo
scelto un lavoro facile. Ci vuole coraggio per fare queste cose, ci vuole
qualcosa dentro, ed è per questo che, leggendo questi articoli, mi sono
convinto che prima o poi lei sarebbe venuto a vedere cosa succede in questo
posto dimenticato da Dio e dagli uomini e sarebbe passato anche da me».
Di fronte a un tale complimento rimasi silenzioso e quel vecchietto, per
togliermi dall'imbarazzo, continuò: «Ma questo non è tutto, ho una bella
sorpresa per lei». Dalla stessa teca estrasse con cura altri fogli che mi porse
con evidente soddisfazione e una punta di orgoglio. Erano scritti a mano e
contenevano in bell'ordine una lunga lista di nomi. «Questa è tutta gente che
ha lavorato l'amianto in quella fabbrica. Me li ricordo uno per uno e, se
chiudo gli occhi, me li vedo ancora davanti, bianchi di polvere, bruciati dal
calore, come li vedevo quando per il mio lavoro dovevo entrare in quello
stabilimento. Poveretti, hanno sgobbato come bestie per una pagnotta e per
portare a casa un piatto di minestra per i figli e poi sono morti così giovani
o sono andati incontro ad una vecchiaia, quando ci sono arrivati, piena di
dolori e di asma. Tra questi nomi c'è anche quello di mio fratello. Non ha
fatto una bella morte».
Si fermò per un istante a fissare la parete di fronte come guardasse scorrere
un film che solo lui poteva vedere. Poi, come per scusarsi, continuò: «Caro
dottore, in questa lista non ci sono tutti, ma ho fatto tutto quello che ho
potuto finché la mia memoria, che non è più quella di una volta, mi ha
sorretto. Ora tocca a lei».
Mi offrì qualcosa, mi raccontò di quegli anni in cui l'alternativa al lavoro
massacrante in fabbrica era la valigia con lo spago dell'emigrante, quando la
fame abitava in ogni casa, quando la paga arrivava con mesi di ritardo e con
essa il pane per intere famiglie, quando per questo motivo un lavoratore che si
era lamentato con i compagni che non aveva di che sfamare i figli il giorno di
Natale si ritrovò licenziato proprio la vigilia del giorno di festa, quando
nessuno poteva alzare la testa e protestare perché gli veniva mostrato il
cancello davanti al quale c'era una lunga fila di persone in attesa di lavoro e
pronte a sostituirlo. Mi parlò del primo sciopero e del licenziamento di decine
di scioperanti. Continuò a raccontarmi della sua amata terra, della sua gente,
delle gioie e delle sofferenze che lui, casa per casa, aveva visto in tanti
anni.
Il nostro primo incontro era finito. Accompagnandomi alla porta mi sussurrò,
quasi temesse che qualcuno dalla strada lo potesse sentire: «Vada avanti, non
si fermi, mi raccomando. Lei viene dalla città e forse non capisce i problemi
di una valle di montagna, ma questa gente ha bisogno di sapere e soprattutto ha
bisogno di qualcuno che la aiuti».
Ci stringemmo la mano, avevo voglia di abbracciarlo. Quasi volesse portare una
nota finale di spensieratezza ad un incontro che era stato per ambedue così
coinvolgente dal punto di vista umano, e per me anche professionale, e per
darmi l'augurio di un arrivederci, aggiunse: «Se il suo difficile lavoro, se
questa ricerca, come temo, le creerà qualche problema e qualche ansia, si curi
pure da solo se vuole, ma se ha bisogno di me io sono sempre qui con le mie
erbe».
Tornai a trovarlo alcuni anni dopo. Lo studio aveva confermato che le decine di
morti da lavoro in quella fabbrica non erano frutto di fantasia. Mi diede delle
foglie di melissa, che aveva raccolto con le sue mani, assicurandomi che erano
ottime per combattere lo stress e l'ansia.
Candido oggi ha 93 anni. Abita ancora in quella casa di Molina, in Val di
Ledro, nel Trentino, tra i suoi boschi e le sue erbe miracolose.
(gennaio 1991)