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domenica 1 dicembre 2013

Collotta e Cis. Nessuna traccia di museo ma solo vecchi ruderi


Nessuna traccia di museo ma solo vecchi ruderi
Ex Collotta-Cis a Molina di Ledro; la fabbrica è stata acquisita dal Comune per farne un «ricordo perenne» dei morti di amianto. Ma tutto è fermo
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di Donato Riccadonna

LEDRO. I ruderi e le incompiute spesso sono più significativi delle opere compiute: basta saperli leggere e interpretare. E poi chiedersi perché sono rimasti così e che mondo di cose inespresse c’è dietro. Tanto per dire: quando il dottor Giuseppe Parolari di Torbole, coordinatore della mappatura dell’amianto in Trentino, afferma che sarebbe opportuno fare un museo dell’industria ledrense alla Collotta e Cis di Molina, sappiamo di cosa parla?
Tutto ha inizio con un genio ledrense, Pier Antonio Cassoni, che nel 1816, primo al mondo, produsse in laboratorio il carbonato di magnesio dalla dolomite. Ma non lo brevettò e questa scoperta non lo portò nel ristretto cerchio dei grandi pionieri della chimica e della farmacologia.
Pensate che “solo” nel 1841 il chimico inglese Pattinson brevettò il processo industriale della calcinazione della magnesia, dandogli ovviamente il proprio nome. Ma comunque il Cassoni diede l’avvio ad uno dei primi poli industriali europei di produzione della magnesia. Ma nel 1834 a soli 44 anni muore lasciando incompiuti i grandi progetti.
Toccherà al nipote medico Bartolomeo realizzare il sogno realizzando nel 1845 lo stabilimento industriale di Pieve in località Praisola. Ma il destino tragico si abbatté ancora sui Cassoni: Bartolomeo muore nel 1850 a 40 anni.
La fabbrica di Pieve passa di mano e produrrà fino al 1886, mentre Bernardino Collotta, capo operai di Cassoni, con Giuseppe Cis e Martino Gigli spostò la produzione nella valle dei Mulini a Bezzecca in località Pesten nel 1857 e poi in paese a Molina di Ledro nel 1900. La svolta determinante arrivò nel 1928 con l’introduzione dell’amianto importato dal Sudafrica e la produzione di materiale isolante proseguì fino al 1973.
La fabbrica chiuse i battenti nel 1978 anche per la comparsa sul mercato della lana di roccia e lasciando una lugubre scia di morte con 75 decessi documentati dallo studio di Parolari (uno dei primi a livello internazionale e comunque il primo studio italiano) e attribuibili all’esposizione ad amianto.
A fine anni ’80 venne bonificata l’intera vastissima area e nel 2004 il Comune di Molina di Ledro acquistò l’area con il rudere della fabbrica, con l’intenzione di farne un museo per ricordare questa incredibile vicenda. Ma non si è ancora fatto nulla. Da allora il rudere è lì a Molina a lato della statale da una parte e della ciclabile dall’altra a interrogare le coscienze di chi coltiva i ricordi e vuole giustizia.


Collotta e Cis, Candido




storie:

CANDIDO
(la Collotta-Cis della val di Ledro e l’amianto)

Bussai alla porta e si affacciò un vecchietto piccolo piccolo dai capelli bianchi. Con gli occhi vivaci di un ragazzino attento a tutto ciò che gli succedeva attorno mi fissò un attimo e, prima ancora che potessi aprire bocca, disse: «Caro dottore, la aspettavo».
Come sapeva che sarei andato da lui? La mia decisione di fargli visita era solo di qualche minuto prima, quando nel municipio di Molina di Ledro mi avevano dato il suo nome, Candido Zendri, messo comunale in pensione, come di una persona che poteva aiutarmi a ricostruire la storia della “Collotta-Cis” e di chi in quella fabbrica aveva per quasi cinquant'anni lavorato le pericolose fibre di amianto.
Era la primavera del 1977 e nella zona del Garda trentino la medicina del lavoro aveva iniziato la propria attività solo da qualche mese. Già però mi erano giunti segnali ripetuti e non sempre ben decifrabili, velati di paura e di voglia di incognito, che in quel comune della Val di Ledro e in quell'unica fabbrica c'era qualcosa che non andava: i lavoratori morivano in gran parte giovani «di tumori e di polmoni», mi dicevano, e la gente aveva paura.
Avevo così deciso di andare a verificare di persona sul posto se quel sentito dire potesse corrispondere alla verità o se invece fosse solo frutto di fantasia o di suggestione collettiva. Ma per fare questo avevo bisogno di raccogliere dati e soprattutto di conoscere i nomi di chi aveva lavorato in quella fabbrica per impostare uno studio di mortalità.
«E' stupito perché le ho detto che l'aspettavo?» continuò, vedendomi titubante. «Certo, come potrebbe essere altrimenti, non ci conosciamo...». «Questo é vero solo in parte» ribatté‚ con un sorriso tra il soddisfatto e l'arguto. «Lei non mi conosce, ma io la conosco bene e proprio per questo ero certo che sarebbe venuto da me».
Mi fece entrare. Lo seguii per la scala di quella vecchia casa fino ad una stanza al primo piano rivolta a sud, piena di erbe e foglie in parte già essiccate, in parte ancora stese al sole.
«Deve sapere», mi disse entrando in quella stanza che doveva essere anche il suo laboratorio e la sua biblioteca, «che io non ho molta fiducia nei medici, con tutto il rispetto per la sua professione, perché vogliono far guarire tutti quanti in tre giorni e poi in realtà li ammalano con le loro medicine miracolose ma altrettanto pericolose. Io mi curo, e aiuto tutti quelli che vengono a curarsi da me, con quello che mi da il bosco, con le erbe, le piante. Non ci metto tre giorni ma trenta, però quando riesco a far guarire sono anche certo di non aver fatto ammalare nessuno».
Affascinato da quel vecchietto che mi mostrava le erbe, descriveva le loro proprietà, sfogliava antichi libri sulle possibilità curative dell'acqua bevuta a piccoli sorsi, mi ero quasi dimenticato del motivo che mi aveva portato in quella casa. Ci pensò lui a ricordarmelo: «Lei non è venuto qui per questo, ma per qualcosa di più importante, se non sbaglio» disse, rimettendo al loro posto libri e foglie e avvicinandosi piano piano ad un tavolo.
Aprì un cassetto e ne tirò fuori con delicatezza e attenzione qualcosa che per lui doveva essere molto preziosa. Era una teca di cartoncino beige che aprì e dalla quale con mio stupore cominciò ad estrarre ed a mostrarmi, uno alla volta, tutti gli articoli ben ritagliati e catalogati che erano usciti sui giornali locali e che descrivevano il nuovo servizio di medicina del lavoro, i primi difficili passi, le difficoltà che incontrava, le lotte dei lavoratori per la difesa della loro salute.
«L'ho conosciuta così» disse, mostrandomi articoli e foto, «e devo dire che ho molta fiducia in ciò che può fare il suo ufficio. Quanto a lei, non ha certo scelto un lavoro facile. Ci vuole coraggio per fare queste cose, ci vuole qualcosa dentro, ed è per questo che, leggendo questi articoli, mi sono convinto che prima o poi lei sarebbe venuto a vedere cosa succede in questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini e sarebbe passato anche da me».
Di fronte a un tale complimento rimasi silenzioso e quel vecchietto, per togliermi dall'imbarazzo, continuò: «Ma questo non è tutto, ho una bella sorpresa per lei». Dalla stessa teca estrasse con cura altri fogli che mi porse con evidente soddisfazione e una punta di orgoglio. Erano scritti a mano e contenevano in bell'ordine una lunga lista di nomi. «Questa è tutta gente che ha lavorato l'amianto in quella fabbrica. Me li ricordo uno per uno e, se chiudo gli occhi, me li vedo ancora davanti, bianchi di polvere, bruciati dal calore, come li vedevo quando per il mio lavoro dovevo entrare in quello stabilimento. Poveretti, hanno sgobbato come bestie per una pagnotta e per portare a casa un piatto di minestra per i figli e poi sono morti così giovani o sono andati incontro ad una vecchiaia, quando ci sono arrivati, piena di dolori e di asma. Tra questi nomi c'è anche quello di mio fratello. Non ha fatto una bella morte».
Si fermò per un istante a fissare la parete di fronte come guardasse scorrere un film che solo lui poteva vedere. Poi, come per scusarsi, continuò: «Caro dottore, in questa lista non ci sono tutti, ma ho fatto tutto quello che ho potuto finché la mia memoria, che non è più quella di una volta, mi ha sorretto. Ora tocca a lei».
Mi offrì qualcosa, mi raccontò di quegli anni in cui l'alternativa al lavoro massacrante in fabbrica era la valigia con lo spago dell'emigrante, quando la fame abitava in ogni casa, quando la paga arrivava con mesi di ritardo e con essa il pane per intere famiglie, quando per questo motivo un lavoratore che si era lamentato con i compagni che non aveva di che sfamare i figli il giorno di Natale si ritrovò licenziato proprio la vigilia del giorno di festa, quando nessuno poteva alzare la testa e protestare perché gli veniva mostrato il cancello davanti al quale c'era una lunga fila di persone in attesa di lavoro e pronte a sostituirlo. Mi parlò del primo sciopero e del licenziamento di decine di scioperanti. Continuò a raccontarmi della sua amata terra, della sua gente, delle gioie e delle sofferenze che lui, casa per casa, aveva visto in tanti anni.
Il nostro primo incontro era finito. Accompagnandomi alla porta mi sussurrò, quasi temesse che qualcuno dalla strada lo potesse sentire: «Vada avanti, non si fermi, mi raccomando. Lei viene dalla città e forse non capisce i problemi di una valle di montagna, ma questa gente ha bisogno di sapere e soprattutto ha bisogno di qualcuno che la aiuti».
Ci stringemmo la mano, avevo voglia di abbracciarlo. Quasi volesse portare una nota finale di spensieratezza ad un incontro che era stato per ambedue così coinvolgente dal punto di vista umano, e per me anche professionale, e per darmi l'augurio di un arrivederci, aggiunse: «Se il suo difficile lavoro, se questa ricerca, come temo, le creerà qualche problema e qualche ansia, si curi pure da solo se vuole, ma se ha bisogno di me io sono sempre qui con le mie erbe».
Tornai a trovarlo alcuni anni dopo. Lo studio aveva confermato che le decine di morti da lavoro in quella fabbrica non erano frutto di fantasia. Mi diede delle foglie di melissa, che aveva raccolto con le sue mani, assicurandomi che erano ottime per combattere lo stress e l'ansia.
Candido oggi ha 93 anni. Abita ancora in quella casa di Molina, in Val di Ledro, nel Trentino, tra i suoi boschi e le sue erbe miracolose.
(gennaio 1991)

Salute e ambiente di lavoro, Collotta e Cis


per non dimenticare:

L'intervento del Sindaco di Molina di Ledro sul caso Collotta-Cis al convegno “Salute e ambiente di lavoro”:
COSI' AGNESE ROSA RIPERCORRE IL PERIODO DELLA SOFFERENZA

(pubblicato dall' "Alto Adige" il 6 giugno 1984)

RIVA DEL GARDA - Nel corso della recente giornata di studio su “Salute e Ambiente di lavoro”, iniziativa svoltasi al casinò municipale di Arco su organizzazione del sindacato CGIL-CISL-UIL, in collaborazione con il servizio provinciale di medicina del lavoro, il sindaco di Molina di Ledro, Agnese Rosa, ha tenuto una relazione molto interessante sul caso della Collotta-Cis. Accorato e particolarmente sofferto, l’intervento del sindaco di Molina si presenta molto importante anche per la serie di suggerimenti offerti in merito alla bonifica del vecchio stabilimento di Molina di Ledro, chiuso dopo le note vicende.

“Ogni qualvolta il discorso cade sulla ex fabbrica Collotta-Cis, si evoca nel mio spirito il mondo lontano della mia fanciullezza, rivive, sempre nitido, un quadro di ombre e di sfumature, che si mantiene sempre chiaro per le impressioni penose e profonde, sofferte allora, e rimaste incise per sempre nella mia sensibilità. Sono sguardi di sgomento, sono frasi appena sussurrate, permeate di sofferenza rassegnata, sono gesti che preannunciavano situazioni tragiche, che nel tempo trovavano regolarmente una conferma.
“La fabbrica è malsana”. – “Hai visto Vittore, che faccia gialla, che magrezza; ne ha ancora per poco!” – “E Tino, rattrappito dai dolori e immobilizzato sulla sua sedia! E Aldo con tutte quelle pleuriti”. Erano le frasi che i grandi si scambiavano, tra un sospiro doloroso e l’altro; ma che io carpivo avidamente, con un profondo senso di emozione. E guardavo il viso giallo di Vittore, scavato dalla fatica e dal male occulto, che gli scavava dentro.
Così ascoltavo le amichette che, con occhi stralunati, parlavano dei loro papà, ai quali portavano la cena in fabbrica, li vedevano emergere grondanti di sudore, dalla fitta nebbia dei forni, dove il calore era infernale, per uscire a torso nudo, carichi di materiale da depositare fuori; li osservavano uscire e rientrare in continuità, passando, senza alcun riparo, da un ambiente infuocato alle correnti esterne, sempre fortissime e fredde. E tutta quella polvere, così fitta da non potersi riconoscere a un metro di distanza, sotto quel tristemente famoso “bait”, dove si segavano le coppelle di amianto, tra rumori assordanti e correnti d’aria terribili.

Erano quelli anni di fame
Erano quelli anni di fame; di grande fame; durante i quali la valle, stremata dalla miseria, viveva di emigrazione. Le famiglie, appena costituite, si disfacevano, perché gli uomini dovevano cercare all’estero, nelle miniere delle lontane Americhe, quel sostentamento che in valle mancava. Tornavano vecchi, ridotti ad ombre, col piccolo gruzzolo che assicurava la vecchiaia. E in quei tempi di miseria paurosa, la fabbrica Collotta-Cis rappresentava una fortuna davvero incredibile, e coloro che potevano arrivarvi, magari attraverso speciali raccomandazioni, potevano dirsi ultrafortunati! Anche se poi, disagi, sofferenze, fatiche in un ambiente disumano, vessazioni, ricatti, intimidazioni, pagamenti estremamente ritardati, trasformavano in breve i lavoratori in poveri esseri abulici, passivi e sottomessi come un branco di schiavi, pena il licenziamento: com’era accaduto a quei 24 operai, che al primo tentativo di sciopero si erano ritrovati licenziati dalla sera alla mattina, come a quell’operaio che, ridotto alla disperazione, aveva osato chiedere un acconto e aveva perduto il lavoro a causa di un alterco.
Poi avevo visto le mie giovani amiche, che lavoravano in fabbrica, morire una dopo l’altra, di tumore: Anna, che lasciava 4 bambini e che vidi morire tra dolori strazianti. Carmen, Bruna, che lasciava un bambino e si spegneva dopo anni di lotte e di sofferenze atroci. Ma queste morti precoci, che ci lasciavano costernati e ci riempivano di dubbi che ci facevano risalire alle cause ambientali, non ci lasciavano supporre una causa diretta da ricercarsi nel materiale che veniva manipolato con assoluta tranquillità; non si sapeva di manipolare la propria morte con estrema spensieratezza, rifiutando anche la mascherina perché dava fastidio.
Intanto, lo stato di degrado ambientale scendeva a livelli sempre più bassi, senza che nulla mai venisse sperimentato o creato per un miglioramento benché minimo. A poco a poco la fabbrica decadde dal concetto primitivo e cominciò a farsi strada l’idea che troppi gaudenti, inetti e poltroni, volessero vivere sulle braccia dei lavoratori; finché, in un rigido mattino di gennaio del 1978 i lavoratori trovarono sbarrati i cancelli di accesso alla fabbrica.
Il trattamento brutale fece scattare finalmente gli operai, che montarono la guardia e strinsero d’assedio la fabbrica. In quell’occasione, l’Amministrazione comunale di Molina si schierò dalla parte dei lavoratori, li difese da tutte le angherie messe in opera contro di loro, li sostenne giorno e notte, li stimolò continuamente a resistere, finché, dopo mesi e mesi di lotta, vennero loro pagate tutte le mensilità arretrate e anche la liquidazione. Per quel momento era già pronto per i 23 disoccupati della Collotta-Cis, il piano d’intervento della Provincia, sollecitata allo scopo dal Comune di Molina, e tutti vennero assunti in un programma di forestazione, nel quale alcuni permangono ancora.

A prezzo di sofferenze inaudite
Finì così, nel più triste dei modi, quello squallido mondo di lavoro, che aveva dato un pane alla nostra gente, chiedendo come contropartita un prezzo paradossale di sofferenze inaudite e di morti precoci. Su quel mondo si stese il velo del silenzio e dell’oblio, finché un giovane medico ebbe il coraggio di lacerare quel velo, di sondare l’ambiente, di ricercare, di studiare e di mettere finalmente le mani sopra la materia terribile, responsabile di tante morti premature, di tante e tante malattie mai prima riconosciute: l’amianto, la fibra che per anni e anni era sempre stata lavorata e manipolata con tanta incoscienza con estrema superficialità, non conoscendone gli effetti funesti.
E’ merito del dottor Giuseppe Parolari essere penetrato di prepotenza nel mondo oscuro di una lavorazione ritenuta per anni innocua e di avere dato l’allarme; il suo grido d’allarme non si fermò davanti alla minaccia di denunce e di reali denunce che subì per le sue diagnosi, ritenute in un primo momento semplicemente diffamatorie. Per le sue ricerche, sostenute dall’appassionata sensibilità di studioso preparato e coscienzioso, s’è potuto finalmente svelare il mistero delle morti precoci, delle forme tumorali, polmonari e circolatorie, e si è corsi immediatamente ai ripari; e l’asbestosi è diventata purtroppo una parola terribilmente nota.
E’ la risposta a tutti quei “perché”, pieni d’angoscia indicibile, che captavo in un tempo ormai tanto lontano, negli occhi, nelle parole, nei gesti dei grandi, e che si erano incisi per sempre nel mio spirito. E forse sono state proprio queste emozioni penose a far scattare di prepotenza in me, il senso della responsabilità fortissima, che ritengo debba essere alla base della coscienza d’un amministratore, il quale non può non sentirsi pienamente coinvolto nei problemi vitali dei suoi censiti; quali il lavoro, la salute, l’ambiente.
Ho dato al dottor Parolari tutta la mia disponibilità nel tentativo di facilitare quell’opera che ha svolto sulle macerie di un mondo del lavoro per salvare ciò che ancora era salvabile. Abbiamo ricercato insieme tutti gli ex lavoratori della Collotta-Cis, per accertare in essi la presenza dell’asbestosi, mediante visite accuratissime, e per assicurare loro la rendita della pensione prevista per le malattie professionali. Siamo subito intervenuti anche sull’ambiente, per liberarlo dai residui dell’amianto.

Trovarsi nel regno delle ombre
Quando, insieme a lui, sono entrata per la prima volta nel mondo della ex fabbrica Collotta-Cis, ho avuto l’impressione sinistra di trovarmi nel regno delle ombre. Un labirinto di corridoi oscuri, di cunicoli sotterranei, dove l’aria e il sole non erano entrati mai e i piani superiori, aperti a tutte le correnti. Ovunque sfacelo e desolazione; questo era stato il mondo di lavoro della nostra gente. Come primo intervento abbiamo rimosso i cumuli di amianto che ancora vi si trovavano, servendoci di maschere e di tute speciali. L’amianto fu raccolto in sacchi robusti di nailon. Ora resta però tutto un ambiente da bonificare; bonifica, che solo l’Ente pubblico potrà realizzare con mezzi che il Comune non può trovare. Occorrerà asportare accuratamente i residui di amianto, tenacemente abbarbicati sull’orditura lignea dei tetti, sugli assiti, sui tavolati, sui pavimenti, mentre le parti murarie verranno intonacate.
Sarà necessario un intervento particolare di bonifica sulla discarica. Da tempo l’Unità sanitaria locale s’è prefissa il problema d’una bonifica integrale dell’ambiente dell’ex fabbrica Collotta-Cis. Ha richiesto l’intervento di un geologo della Provincia, che ha già individuato tutti gli interventi da effettuare. Nei mesi prossimi ci aspetta tutto un programma di opere da eseguire. Dovrà essere un lavoro meticoloso, come si può arguire dagli intendimenti dell’ente, lavoro che l’Amministrazione comunale di Molina seguirà con tutto l’interesse, passo su passo, al fine di bonificare radicalmente, integralmente, redimendolo, un ambiente, dallo stato del più avvilente degrado in cui s’è venuto a trovare.
Scomparirà così un mondo squallido e desolante, nel quale per troppi anni la nostra gente ha pagato un tributo durissimo, incommensurabile di sofferenza e di morte, per un pezzo di pane e per il quale, ora, l’Ente pubblico pagherà un tributo assai pesante per la sua bonifica. Ci resta solo la speranza consolante che là, in un domani non lontano, possa rifiorire la realtà nuova di un lavoro adeguato alla dignità dell’uomo.”

Agnese Rosa,
Sindaco di Molina di Ledro
Molina di Ledro, maggio 1984

Studio di mortalità "Collotta-Cis", fine 1995
www.giuseppeparolari.it


Pier Antonio Cassoni



storia della valle:

Cassoni, maghi della magnesia
Da Pier Antonio a Bartolomeo: il lassativo che diventa grande industria

di Donato Riccadonna

LEDRO. Avevamo un genio e non lo sapevamo! Pier Antonio Cassoni di Ledro, nel 1816, primo al mondo, produsse in laboratorio il carbonato di magnesio dalla dolomite. Ma non lo brevettò e questa scoperta non lo portò nel ristretto cerchio dei grandi pionieri della chimica e della farmacologia. Pensate che "solo" nel 1841 il chimico inglese Pattinson brevettò il processo industriale della calcinazione della magnesia, dandogli ovviamente il proprio nome. Ma comunque fu proprio Pier Antonio Cassoni a dare l' avvio ad uno dei primi poli industriali europei di produzione della magnesia. In val di Ledro e con quelle difficoltà alla viabilità ben note già allora (la Ponale fu aperta nel 1851)!. E chi ha ri-scoperto tutto ciò? Ma che domanda: i cugini Carlo e Paolo Cis da Bezzecca, che con questa loro dodicesima fatica in 11 anni, "La famiglia Cassoni di Ledro. Bortolo, Pietro Antonio e Bartolomeo Cassoni: chimici, farmacisti e industriali", sono usciti con un libro pochi giorni fa per merito della neo nata associazione culturale Achille Foletto. Chi ha avuto la fortuna di conoscere Livio Cassoni, il pronipote morto a Massone nel 2008 alla veneranda età di 97 anni frequentante la Beppa Giosef, non si stupisce di fronte alla genialità e alla curiosità espressa da questa famiglia dal padre Bortolo (1738-1816), al figlio - il vero genio - Pietro Antonio (1790-1834), fino al nipote - l'industriale - Bartolomeo (1810-1850). E colpisce il fatto che il destino si accanì tragicamente contro questa dinastia tanto che non rimase quasi discendenza e la farmacia fu prelevata da Giovanni Foletto (1827-1906), i cui parenti tuttora esercitano l'unica farmacia della valle, aprendo addirittura un museo della farmacia. Girava addirittura la chiacchiera che molti credevano ad una specie di vendetta della montagna contro coloro che ne avevano carpito così bene i segreti. Il racconto dei cugini Cis si snoda, come al solito, tra documenti storici, ricostruzioni "romanzate" di ambienti e di figure, uno sguardo a quello che succedeva oltre la valle e oltre confine nazionale: il tutto per dimostrare ancora una volta come Ledro, nonostante l'isolamento forzato dovuto alla morfologia, era ben inserito nelle dinamiche internazionali ed ha espresso personaggi di grande spessore. Come appunto gli speziali-farmacisti Cassoni. La farmacia a Ledro esisteva sicuramente già nel 1700 e Bortolo Cassoni la gestì nei primi anni dell'800; ma è con Pietro Antonio e Bartolomeo che l'attenzione si sposterà sempre più dalla farmacia alla produzione industriale, tanto da abbandonare la prima attività affidandola ad altri. Pietro Antonio era una vera fucina di idee: la più geniale fu quella di ottenere la magnesia dalla roccia dolomitica, e questo fu un primato assoluto non essendoci alcun precedente. E lo schema di sperimentazione lo mise a punto già dal 1808 a 18 anni! Ma il suo pallino erano le acque termali, arrivando addirittura ad allestire vicino al proprio laboratorio a Pieve un piccolo stabilimento termale e
progettandone uno ben più ambizioso a Trento. Ma nel 1834 a soli 44 anni muore lasciando incompiuti i grandi progetti. Toccherà al nipote medico Bartolomeo realizzare il sogno: le sue vicende si incroceranno nel bene e nel male con un altro grande personaggio di Ledro, Giacomo Cis, che presterà dei soldi per realizzare lo stabilimento industriale di Pieve. E per arrivare ad una produzione giornaliera di ben 40 chili di buona Magnesia fluida Dolomina (che poi serve come purgativo e come digestivo) dai 1-2 Kg del laboratorio artigianale di Pieve, Bartolomeo si ispira anche all'attenta osservazione dell'antica arte della calcinazione dei sassi calcarei delle calchere ledrensi. Nel 1845 apre i battenti la fabbrica in località Praisola e per farla funzionare in maniera ottimale bisognava che fosse a turno continuo: e qui sono gustose le vicende della richiesta della dispensa per gli operai a lavorare anche nei giorni festivi richiesta alla chiesa. Ma il destino tragico si abbatte ancora sui Cassoni: Bartolomeo muore nel 1850 a 40 anni. La fabbrica di Pieve passa di mano e produrrà fino al 1886, mentre Bernardino Collotta, capo operai di Cassoni, con Giuseppe Cis e Martino Gigli spostò la produzione nella valle dei Mulini a Bezzecca nel 1857 e poi in paese a Molina di Ledro nel 1900. Ma questa è un'altra storia.

Le fabbriche di magnesia


Le fabbriche di magnesia

La fabbrica di magnesia è da inserire fra gli opifici che utilizzavano l’acqua e il fuoco come fonte di energia e forza lavoro; la fabbrica, come il nome suggerisce, serviva a produrre magnesia, adoperata poi come digestivo e purgativo. Questa sostanza veniva ricavata dalla frantumazione della roccia dolomitica ed era prodotta da un macchinario alimentato dalla forza motrice dell’acqua attraverso una ruota come in un mulino. Successivamente la polvere dolomitica veniva calcinata nei forni seguendo un processo industriale a turno continuo simile a quello che avveniva nelle calchere. Nell’intera vallata le fabbriche di magnesia costruite furono quattro: una a Pieve di Ledro, una a Bezzecca ed infine due a Molina. Nel 1845 apre i battenti la fabbrica in località Praisola a Pieve di Ledro, la prima in Europa per la preparazione di magnesia; per farla funzionare in maniera ottimale doveva essere attiva 24 ore su 24. Dopo la morte di Bartolomeo Cassoni nel 1850 la produzione continuò a Pieve fino al 1886 passando di mano. Bernardino Collotta, capo operaio di Cassoni, con Giuseppe Cis e Martino Gigli spostò la produzione nella valle dei Mulini a Bezzecca in località Pesten nel 1857 e poi in paese a Molina di Ledro nel 1900.


l 1928 la fabbrica di Molina venne trasferita sotto il paese. Dal mulino Brighenti fu trasportata una macina di granito adoperata per macinare rocce. L’edificio viene già censito nel Catasto Teresiano del 1859 con la destinazione d’uso: casa economica e fucina. Tale opificio cessò di essere utilizzato nel 1973