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mercoledì 25 dicembre 2013

LA SECOLARE AUTONOMIA DELLA COMUNITÀ DI LEDRO


un pò di nostra storia,

Storia della Valle

LA SECOLARE AUTONOMIA DELLA COMUNITÀ DI LEDRO:

LA VALLE DI LEDRO
La Valle di Ledro è un solco vallivo, pensile, quasi ponte naturale fra la Valle del Chiese ad Ovest, e il Bassopiano rivano ad Est. Essa scorre tra le propaggini dei due gruppi montuosi del Catione a Sud e del Cadria a Nord. Geograficamente è situata all'estremo Sud del trentino Sud-occidentale lungo il confine bresciano della Lombardia. Il suo bacino è delimitato dalla linea perimetrale, ben definita dai crinali montani, avente una lunghezza di circa 60 Km., all'interno della quale è racchiusa un'area di poco meno di 160 Kmq. L'intero territorio è ripartito, oggi, tra i sei Comuni di : Tiarno di Sopra, Tiarno di Sotto, Bezzecca, Concei (Locca - Enguiso - Lenzumo), di Pieve (Pieve e Mezzolago), di Molina (Molina, Legos, Barcesino, Prè e Biacesa) per complessivi 4.646 abitanti (dato riferito al 31.12.1992).

LA COMUNITÀ DI LEDRO
Le dodici Comunità di villaggio sopra richiamate, pur avendo avuto momenti storici particolari che le distinsero l'una dall'altra, considerate globalmente ebbero una medesima evoluzione storico-politica, che le accomunò in una unità sociale, economica ed amministrativa variamente denominata, secondo i tempi: ALUTRAENSES (Plinio, ossia: quelli che abitano tra le due ali, le Giudicarle e il Garda), PLEBS LEUTRI (ossia il Popolo di Ledro), RES PUBLICA LEUDRI, COMUNITAS LEUDRI, COMUN GENERALE DI LEDRO.

LA ROMANITA'
Furono i Romani (15 a.C. - 476 d.C.) a dare una prima organizzazione alle popolazioni ledrensi, sparse dapprima sulle alture e sui pendii montani e presentì in loco da oltre due millenni: Liguri, Nordalpini (palafitticoli) e, più tardi (200 a.C), i Galli, gli Euganei, i Veneti... Tutte queste genti furono raccolte in un unico MUNICIPIUM RURALE, designato come Plebs Leutri, ascritto alla tribù Fabia, ossia alla circoscrizione territoriale del MUNICIPIUM di Brescia. Pertanto gli Alutraenses furono "cives romani ", uomini liberi, con diritto di assoluta proprietà dei beni compresi sul loro territorio (res publica habentes). Il Municipium aveva la propria sede amministrativa a Locca (lat. : loca -orum) che, nel linguaggio amministrativo romano indicava il grado del sito, ossia: capo dei luoghi. Qui risiedeva la massima autorità civile: il Rector Locorum, con funzioni amministrative e civili in genere, probabilmente eletto dai valligiani, tra le persone ritenute le più idonee. Invece il CASTELLUM (topon. Castel, a Tiarno di Sotto) era la sede del potere romano, cioè della Centuria (100 uomini) al comando del Centurione, che aveva funzioni militari, fiscali e giudiziarie. Con le invasioni barbariche (450 - 553), venne meno la forza romana e le genti di Ledro dovettero difendere comunitariamente i passi della Valle. Il pericolo comune consolidò ulteriormente il vincolo sociale, per il quale le popolazioni guadagnarono in autonomia ed indipendenza.

I LONGOBARDI
I Longobardi entrarono in Valle nel 569, in qualità di "hospites ". Durante i due secoli della loro permanenza si convertirono al cattolicesimo grazie alla loro regina Teodolinda ed imposero il cattolicesimo come unica religione di stato (Liutprando) ed infine, il re Astolfo promulgò la "parità delle stirpi ". Latini e Longobardi si fusero con matrimoni dando luogo ad una nuova etnia. Così, nel 774, quando Carlo Magno, futuro fondatore e imperatore del Sacro Romano Impero, vinse l'ultimo re longobardo, Desiderio, trovò in Valle una popolazione omogenea per lingua, usi, costumi e religione. Anche il diritto romano si fuse con quello longobardo (Rotari) e diede origine al "diritto romano-barbarico "che, presso le nostre popolazioni ebbe vigore fino agli inizi del XIX secolo e, per certi versi, si protrasse fino al secolo presente, particolarmente in taluni usi rurali.

VICI E VICINIE
Tra gli insediamenti più antichi della Valle di Ledro che diedero origine ai VICI (dal lat. vicus = villaggio, abitato agricolo. "Vicini" erano sia gli abitanti di un medesimo paese che gli abitanti di un paese vicino. "Vicinia" era un'intera comunità di villaggio che condivideva beni comuni con un'altra vicinia), ricordiamo : Legos, Barcesino, Pieve, Locca, Enguiso, Lenzumo, Tiarno di Sotto e Tiarno di Sopra. Di formazione più recente (XI - XII sec.) sono Bezzecca e Molina. Anche Pregasina, che dal 1959 fa parte del Comune di Riva, è di origine gallica. A mano a mano che si vennero costituendo i "vici", l'unità territoriale del "Municipium rurale ", un tempo proprietà di tutti e di nessuno, ebbe un primo frazionamento. Ciascun "vico " ebbe la sua parte di territorio, circoscritto all'abitato, costituito per lo più da pascoli, gaggi, fratte con i relativi digressi, ma ebbe anche terreni della stessa natura che, per antica tradizione, aveva usato in comune con altra o altre "vicinie". In quest'ultimo caso, due o più vicinie si incontravano ogni anno per determinare e "regolare" l’ uso dei beni comuni, dando origine a taciti compromessi, in conseguenza dei quali, verso il Mille, troveremo in Valle unioni di due o più comuni di villaggio, dette "REGOLE" e poi "CONCEI". Ma non tutti i terreni furono divisi tra le vicinie. Rimasero beni comunitari, gestiti dal "Municipium rurale", i boschi, le malghe, le acque, le cave di sassi e di ghiaia ecc. che, nel loro insieme, formavano quello che oggi diremmo il demanio della Comunità ledrense e che allora erano detti "INDIVISI". Insieme alle proprietà vicane erano sorte anche proprietà private : ricordiamo il testamento del vescovo veronesi, Notecherio che, nel 927, ricorda le sue proprietà in quel di Tillarno (Tiarno), paese ricordato in altri documenti del 26 feb. 845. Contemporaneamente i "vici" vennero organizzandosi anche sul piano amministrativo: regolavano l'uso dei beni comuni distinti in : "DIVISI", quelle terre che venivano affidate a lotti (parc, piardei) a singole famiglie, per un ordinato sfruttamento (gac) e per trasformare pascoli o tratti di bosco in campi (fratte). I "divisi", a lungo andare, formeranno la proprietà privata ; e "INDIVISI", tutte le altre terre che costituivano il patrimonio del comune di villaggio. Regolavano lo sfruttamento della caccia e della pesca, badavano affinché i confini fossero rispettati e determinavano le località utili al pascolo delle pecore e delle capre. Già in epoca longobarda tutti i vici, riuniti per capifuoco (ossia i capifamiglia che rappresentavano la famiglia intesa nelle sue diramazioni), eleggevano lo SCARIO, sostituto del Rector Locorum e lo SCULDASCIO o CENTENARIO, in sostituzione del centurione romano e posto a capo dei CENTENERI, gruppo di militi formanti la Centena (la romana Centuria), dislocati per gruppi in quelle località chiamate ancora oggi "Castel" (Molina, Lenzumo), ossia i castellieri di origine gallica (torri di guardia) eretti a difesa dei principali accessi alla Valle. Tali sistemi, amministrativo ed elettivo, furono conservati e protetti dallo stesso Carlo Magno e si protrarranno nei secoli. Già in epoca carolingia il capo del comune di villaggio era detto CONSOLE (a ricordo della Roma repubblicana).

IL COMITATO TRENTINO E LA MAGNIFICA COMUNITÀ DI LEDRO
Nel 1004 il Trentino fu eretto a COMITATO (Contea) del Sacro Romano Impero dall' Imperatore Enrico II il santo e, nel 1027, l'Imperatore Corrado II il Salico donò la contea al vescovo Udalrico II (1022 -1055) e ai suoi successori. Da allora il vescovo di Trento rivestì anche il titolo di principe del Sacro Romano Impero ed ebbe nelle sue mani il potere spirituale e quello temporale. In tale occasione le terre di Ledro che, fin dal 836 avevano fatto parte del regno di Berengario del Friuli, con capitale Verona, furono aggregate nuovamente al Trentino, insieme con Riva, le Giudicarle. Tignale, Valvestino e Bagolino. Infine, nel 1111 -12, durante le lotte tra guelfi e ghibellini, il principe vescovo Gebardo, dopo aver eretto a Magnifica Comunità la Valle di Flemme, fece altrettanto della Valle di Ledro e di altre Comunità per assicurarsi l'appoggio delle vallate nella lotta contro la città di Trento, ribellatasi.

NUOVE CONFORMAZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE
A partire dal XII sec. l'assetto politico-amministrativo della Valle assunse una nuova fisionomia. Già alla fine del regno longobardo, lo "sculdascio" era stato sostituito dal Gastaldo imperiale che dipendeva dal JUDEX, capo militare della judicaria Summalaganensis e la Valle divenne allora una GASTALDIA. Quando il Trentino fu eretto a CONTEA la Comunità di Ledro ebbe il GASTALDO vescovile, il cui compito era quello di raccogliere i tributi, le tasse e di dirimere le cause giudiziarie di un certo livello. Anche i Comuni di villaggio ebbero una nuova conformazione: a capo di essi vi era il CONSOLE (talvolta due), che veniva eletto dalla cittadinanza. Egli rimaneva in carica per un anno e il suo servizio era obbligatorio e gratuito. Tutti i capifuoco, a turno, erano tenuti ad assolvere questo dovere. Il Console era assistito da un CONSIGLIO formato da quattro persone. C'era poi il SALTARO che fungeva da messo comunale, da guardia campestre e forestale, mentre il MASSARO era il cassiere. Nei casi di necessità veniva eletto, per il tempo necessario, il SINDICO o PROCURATORE, che rappresentava il Comune nelle cause giudiziarie e anche le vedove con figli. Un NOTARO fungeva da segretario. I Comuni di villaggio furono sempre autonomi nell'amministrare i loro beni, di disporre di essi, di progettare opere e di effettuare pagamenti. Erano invece legati all'osservanza delle REGOLE di Concel e del Comune Generale, concordate nell'assemblea comunitaria una volta l'anno. Dovevano rispettare le tradizioni orali sul comportamento civile, sociale ed economico-politico che, dopo il 1200 verranno raccolte e messe per iscritto e formeranno gli ORDINI della Valle di Ledro, i quali venivano sottoposti al visto del principe vescovo, perché assumessero valore di LEGGE. Infine, in campo giudiziario i comuni dovevano riconoscere validità ed efficacia agli STATUTI della Valle di Ledro, ossia ai CODICI CIVILE E PENALE, anch 'essi derivanti dalla tradizione orale.

I CONSEI o CONCEI
Questa denominazione compare dopo il XII sec. e pone in evidenza l'avvenuto consolidamento degli usi relativi allo sfruttamento dei beni di proprietà di due o più Comuni di villaggio (vicinie). Il CONCEL non fu mai un'entità politica come, ad esempio, il Comune di villaggio, ma il risultato dei rapporti e delle "regole", che vincolavano le "vicinie" interessate. Infatti gli organi del Concel (dal lat. Concilium = Consiglio) erano gli stessi Consigli dei Comuni di villaggio. Questi si riunivano una o più volte all'anno per deliberare l'uso dei beni comuni e per determinare lo sfruttamento di nuovi terreni. Apprendiamo, da vecchie pergamene, che il Concel dei due Tiarno teneva le sue riunioni una volta a Tiarno di Sopra "sul pont de mez" e la successiva a Tiarno di Sotto "sul mur del zimitèri". Tutti i Consigli (Concei) della Valle poi, si riunivano annualmente anche per deliberare intorno agli affari dell' intera Magnifica Comunità. La località dove essi convenivano assunse l'appellativo di "I CONSEI", da cui l'odierno toponimo di VALLE DEI CONCEI, dove Locca (loca) era appunto il Capoluogo ledrense. Uguale denominazione rinveniamo anche sulla vecchia strada fra Arco e Varignano. Il luogo, denominato "I CONSIGLI", è ancora segnato da un grande cippo, coperto da una lastra di pietra, attorno al quale convenivano i Consigli di Arco e di Romarzollo.
I CONCEI di Ledro furono quattro: 1) Tiarno di Sopra e Tiarno di Sotto; 2) Locca, Enguiso, Lenzumo, Barcesino e Prè; 3) Bezzecca, Pieve e Mezzolago; 4) Molina, Legos, Biacesa e Pregasina. PIEVE, CAPOLUOGO DI LEDRO: dopo l'istituzione della Magnifica Comunità (patti gebardini) il capoluogo della Valle fu trasferito a Pieve, dove, fin dal VII-VIII sec, era sorta la "PARROCCHIA DI S. MARIA DELLA VALLE", che servì l'intera comunità ledrense, ossia la PLEBS LEUDRI, da cui il nome di Pieve, indicante sia il paese che la chiesa, e quello di "Pievano" dato al Parroco. Pieve, dunque, oltre che centro spirituale, divenne anche sede amministrativa e giudiziaria della Valle.

IL GOVERNO DI VALLE
Era eletto ogni anno dai Concei. Venivano nominati da prima i dodici Consiglieri giurati (tre per Concel). Essi erano scelti tra gli "homini li più idonei e sufficienti et atti a far, e girar il vicariato e tener governo di questa Comunità e Repubblica " (Ordini). Spettava ai Consiglieri giurati la nomina del capo-comun-generale, non più detto Scario, ma VICARIO, perché oltre che amministrare la "res publica", faceva anche le veci del principe vescovo, soprattutto nelle controversie giudiziarie: decidendo e sentenziando sulle cause minori ed assistendo il gastaldo nelle udienze civili maggiori e in quelle penali, che si celebravano "ad banchum ubi jus dicitur", in Pieve. Il Vicario, dovendo rappresentare la Valle di fronte all'autorità, doveva essere scelto col maggior scrupolo tra le persone più sagge e dotte della Valle, per cui i Consiglieri eletti, prima di passare alla sua nomina, si recavano nella chiesa di S.Maria per assistere ad una solenne funzione, onde essere illuminati nel gravoso compito. Completavano l'organico dell'Ufficio: il segretario o Notaro; i Massari, in numero di due :"uno da S. Vigilio in suso e l'altro da S. Vigilio in zozo "che, tra l'altro, dovevano "curar li negozi e bisogni della chiesa di S.Maria"; gli Stimadori, che ogni "diese o dodese anni" stimavano i beni privati e comuni, ricavandone il Libro Fondiario. In conseguenza dei privilegi goduti dalla Comunità di Ledro, libera ed autonoma, salvo il visto vescovile, di governare il proprio DISTRETTO territoriale e di amministrare la GIUSTIZIA, i Ledrensi erano citati, in documenti ufficiali, come "HOMINES DE PLACITU (ossia: sentenza giudiziaria) ET DISTRICTU. " Questa, dunque, l'organizzazione politica della Valle che, a partire dal XII secolo, si manterrà pressoché inalterata fino al 1803, quando l'Austria abolirà tutte le autonomie ed i privilegi e darà origine alla nuova conformazione dei Comuni, retti da un Sindaco, da una rappresentanza (Consiglio) e da una Deputazione (Giunta), per complessive 13, 15 persone. VICENDE Durante i secoli non sempre le Genti di Ledro poterono godere pace e tranquillità. Ricordiamo i fatti più salienti. Nel 1323, la Comunità fu in lotta armata contro lo stesso principe vescovo a causa delle rilevanti tasse, taglie, tributi. Nel 1350, l'intera Valle fu data in pegno per 4000 fiorini agli Scaligeri di Verona, che la tennero fino al 1388, quando divenne proprietà dei Visconti fino al 1402. Nel 1405 la Valle fu riscattata, dietro pagamento di 6000 fiorini, dal principe vescovo Giorgio di Liechtenstein e tornò a far parte del principato e diocesi di Trento. Nel 1426, dopo dure lotte, la Valle fu presa dai Veneziani, dai quali ebbe un trattamento di riguardo; fu protetta e difesa contro le mire dei conti Lodron e fruì di numerosi privilegi. Per i Ledrensi fu il periodo più florido e felice. Tornata a far parte dell'Impero (1509), la valle fu consegnata al principe vescovo dall'imperatore Massimiliano I (1511), il quale, con il famoso "LIBELLO dell' UNDICI" (1511) regolamentò anche i volontari "DIFENSORI TERRITORIALI" (Landschutzen) dell'intero Trentino e Alto Adige. Anche il piccolo esercito ledrense fu riorganizzato e sul finire del Settecento formerà le compagnie dei "BERSAGLIERI", che tanta parte avranno nelle lotte dell'Ottocento. Il secolo più oscuro e triste fu il Seicento, che trascorse tra pesti, carestie, roghi di streghe (la nostra gente ne fu esente), tra usure ed altri malanni, per concludersi, nel 1703, con l'invasione delle truppe di Vendome (Guerra di successione spagnola 1700-1714), che recarono morte e distruzione ad interi paesi. Durante il secolo di Maria Teresa (1717-1780), la Comunità di Ledro ebbe benessere generale: l'industria ferriera e la bachicoltura portarono lavoro e attivo commercio, sostenuti anche dall'artigianato dei cappelli di feltro e dall'allevamento del bestiame. Nel 1796 iniziò un nuovo periodo di gravosi sacrifìci: la valle fu percorsa da truppe napoleoniche e da truppe austriache. Un andirivieni che impoverì la gente e i Comuni. Nel 1806 fu aggregata al regno bavarese fino al 1809, e dovette subire gli effetti della rivolta capeggiata da Andrea Hofer, alla cui morte (1810) fu aggregata, con tutto il Trentino, al regno italico. Sconfitto Napoleone (Lipsia 1813), il Trentino tornò all'Austria e rimarrà sotto il dominio di questa fino alla fine della Prima Guerra Mondiale (3 nov. 1918). Tornati gli Asburgo, il Trentino riebbe una parvenza di autonomia, per la quale la Valle di Ledro ricostituì il COMUN GENERALE e la PRETURA. Ma ormai i Comuni di villaggio, cadute le vecchie istituzioni consolari, e conformati con criteri più moderni, acquisirono sempre maggior autonomia e indipendenza rispetto al Comun Generale, la cui attività spesso interferiva con quella delle singole amministrazioni comunali, sollevando frequenti proteste di competenza. Ciò nonostante, il Comun Generale ormai ricordo di un passato potere repubblicano, vivrà fino all'annessione del Trentino all'Italia (9 agosto 1920). Intanto, durante l'Ottocento, la gente di Ledro, tra nuovi malanni (colera, tubercolosi, pellagra, ecc.) e il terrore del vaiolo, dovette assistere ai fatti d'arme del Quarantotto e del Sessantasei (21 luglio, Bezzecca), ma partecipò anche all'opera benemerita della costruzione della nuova strada del Ponale (Giacomo Cis, 1851) che, insieme con quella dell' Ampola aprì la Valle al mondo circostante. Infine, la PRIMA GUERRA MONDIALE costrinse le Genti di Ledro al duro esilio in Boemia e Moravia: partite tra il 22 maggio e il 2 agosto 1915, ritornarono alla fine del 1918 e agli inizi del 1919, dedicandosi subito alla ricostruzione dei paesi, gravemente danneggiati dalla guerra combattuta sul fronte ledrense. Col passaggio del Trentino all'Italia, furono soppressi in Valle , la Pretura e il Comun Generale e di conseguenza si sciolse, "in materialibus", la vetusta Comunitas Leudri, che rimarrà frazionata nelle piccole comunità. Queste, durante il fascismo, furono variamente aggregate a formare i MUNICIPI, retti da PODESTÀ', spesso forestieri. Tale situazione permarrà fino alla fine della SECONDA GUERRA MONDIALE, quando con nuove democratiche aggregazioni sorgeranno gli attuali sei Comuni. Ma fin dal XII sec. le tredici popolazioni ledrensi erano tra loro legate anche da un vincolo "in spiritualibus", per il quale avevano formato l'unità parrocchiale della"PIEVE DI S. MARIA DELLA VALLE". Quando nel 1935 la Parrocchia fu eretta a Decanato, le chiese curaziali della Valle divennero parrocchie, i Comuni-parrocchia, sempre più indipendenti dalla Chiesa Madre, sul finire degli anni Cinquanta, dopo essersi riuniti comunitariamente per l'ultima volta, deliberarono la LIBERALIZZAZIONE da tutti gli impegni, oneri e doveri, che li legavano alla PIEVE da ben dodici secoli. Cessava così anche il vincolo spirituale, ultimo simbolo dell' unità di Valle. Finiva, in tal modo, l'antica Repubblica, la Magnifica Comunità di Ledro.

sabato 30 novembre 2013

LE NOSTRE STRADE: Giacomo Cis.


le nostre strade:
GIACOMO CIS

NOBILE E GENIALE TEMPRA DI COSTRUTTORE

Nei tempi remoti, laboriosi abitanti di regioni ricche di fertili terreni sentirono presto il bisogno di dedicare e riservare una «striscia di terreno» ai traffici, parte per il loro paese e parte per luoghi lontani, con cui dovevano attuare scambi di beni indispensabili, soprattutto per il lavoro ed il sostentamento quotidiano. Nacquero così nel mondo le prime «vie», formate in modo primitivo dal passaggio, dal calpestio dell'uomo e degli animali, e, grado grado, aperte e battute fino a ridurle sempre più e meglio praticabili.

In progresso di tempo, tali vie furono cosparse di frammenti petrosi (la «lapidibus via») formandosi, in superficie, uno strato di materiale arido, atto ad impedire la 'formazione del fango e di profonde ormaie; ed ecco la «strada'» (la «via strata» dei Romani, dal verbo sterno, stravi, stratum= stendere>, munita, in seguito, di selciatone (il moderno «sottofondo», e dì lastricato (stratura), a seconda delle possibilità e delle crescenti esigenze del transito, che,per molti anni, seguì sui terreni meno accidentati, lungo i corsi d'acqua fino al loro sfocio nel mare, dove si poteva ricorrere all'ausilio della navigazione, e, solo più tardi, attraverso i valichi battuti dalle prime peregrinazioni di popoli. Vera presa di possesso della crosta terrestre, impronta magnifica del crescente regno umano, antichissimi commoventi segni come scrisse nel 1941 Giovanni Papini delle riforme che l'uomo impone alla Terra>.
Poco consistenti furono le strade dei Cartaginesi e dei Fenici, laddove i Romani seppero costruire per primi, estesi, perfetti tronchi stradali lastricati, con scambi per i pedoni e rotaie, (orme che, com'è bene ricordare, suggerirono, verso il 1830, l'idea delle odierne strade car-rate); rotaie dovute al bisogno di offrire una sicura guida alle ruote dei carri. La prima strada magistralmente costruita è la «Via Appia> di Claudio Appio(a. 213 a. C.), da Roma a Capua, larga 8 m., cui seguì quella degli Appennini, mentre al tempo di Cesare, Roma era stata ormai congiunta con tutte le Capitali dell'Italia Antica e con i principali centri delle provincie, superando anche vari valichi alpini. Più tardi tutte queste strade furono man mano inghiaiate e dall'anno 100 a. C. selciate o lastricate, mentre sì cominciò a disporre lungo il loro percorso posti di scambio per gli attiragli, muniti anche di cavalli di rinforzo e di carri, dato che le prime strade dei Romani, ricche di lunghi rettilinei, non temevano nemmeno le pendenze oltre il cento per cento, contando certamente sulla maggior robustezza d'uomini e d'animali di quei tempi

Fin qui i primi grandi Maestri.

Vediamo ora come si sviluppò, dopo le abbondanti impronte lasciateci dai Romani, la rete stradale del Trentino e più specialmente quella delle zone atlorno al Benaco, dove, poco discosto da Riva, a Bezzecca, il 12 giugno 1782 nacque Giacomo Cis da Giacomo ed Elisabetta Santolini Moret di Tiarno dì Sotto, sposatisi il 10 febbraio 1777.
Egli usci da una dette tante tipiche famiglie tridentine, in cui nessuna distrazione, e nemmeno il forte lavoro esteso dalle stelle del mattino a quelle della sera, poteva disto-gliere i genitori da quella che era la loro principale missione: I'educaziòne severa quanto affettuosa della prole. E molti furono i casi in cui questa educazione era addirittura innata nella stirpe.
Da esperto mulattiere e carbonaio quale era stato già il padre suo, Giacomo, fin dalla giovinezza ottimo autodidatta, assurse ben presto, per intrjnseche qualità d'animo e pronta in. intelligenza, a nobile figura di vero e proprio Patrizio. Ciò risulta lampante a chi guardi la chiara e caratteristica sua effige.
Fu così che Giacomo Cis potè aspirare alla mano della Contessina Gioseffa Pompeiati di Trento e sposarla il 29 settembre 1807, a 25 anni di età, venendo poi presto a stabilirsi a Riva, dove mori il 3 gennaio 1851, dopo la morte della moglie, avvenuta già il 13 agosto 1849.

Egli godette la stima delle personalità più spiccate del tempo suo in tutto il Trentino, dalle quali fu tenuto in grande onore. Lo dimostrano appieno gli scritti che più innanzi si riproducono.

Ai tempi dei Romani nessuno ardì incidere una benché modesta strada lungo le im. pervie pareti rocciose fra Riva e lo sfocio del T. Ponale nel lago di Garda. (Notabene: allora si sarebbe dovuto lavorare con l'ausilio del fuoco e dello scalpello, non esistendo ancora gli esplosivi). Si mirò, invece, ad evitare l'ostacolo col percorso molto più lungo di Riva Campi -Bocca (o Passo) di Trat - Vai Sorda - VaI Concei1 fino all'abitato di Lenzumo, con prose­cuzione, per la Bocchetta alle Gombie, verso Val Molini - Plagna - Castello di Tiarno di Sotto. Bocca di Giumella - Por, nelle Giudicarie Inferiori, - Condino e Creto, attraverso i Passi di Rango e di Giovo.
Altra via: da Tremosine al passo di Nota, con discesa a Pur - Legos - Molina - Bar­cesimo - Passo Giumella di Biacesa - Campi - Riva; ma si trattava dì strette e malagevoli mulattiere, a forti pendenze.
Non si hanno notizie attendibili sulle vie di comunicazione esistenti nel Medio Evo; si sa solo che, ancor prima del dominio Scaligero (XIV secolo), esistevano già delle mulat5 tiere fra i vari villaggi, e che gli Scaligeri avevano fatto ampliare il porto del Ponale per rendere più comodo e sicuro l'accesso ai lago dalla detta Valle.
Della strada romana Riva Bocca di Trat - Tiarno - Bocca Giumella - Por si erano valsi i Veneziani nel 1430 per far giungere armi e vettovaglie a Brescia.
lì Capitano visconteo Nicolò Piccinino, forte di 400 tanti e di 100 cavalli, tentò di impedirlo, ma fu sconfitto dal Condottiero veneziano R. da Sanseverino, che disponeva di 400 fanti e 200 cavalli. 1 Milanesi trovarono la morte in una valletta presso la Rocca di Len­zumo, laterale alla Vai Concei la quale conservò poi il nome dl <VaI dei Morti>.

Il dominio di Venezia dùrò ivi fino al 1509 e valse a migliorare lé condizioni della strada della Val di Ledro e del Porto alla foce del T. Ponale, nonché a far sorgere, lungo il Ponale ed in qualche villaggio della Valle, ferriere e fabbriche di cappelli, di cui quella di Tiarno di Sotto si mantiene ancora oggi , ma quale fabbrìca, soprattutto, di pantofole.

Nel 1703, durante la guerra di successione spagnola, i Francesi entrarono nella VaI di Ledro per la via romana Passo di Notta - Legos. Questa stessa via fu pure utilizzata dai Francesi nel 1796, durante la guerra napoleonica.

Negli ultimi due secoli, invece, fu posto mano, nel 1746, alla costruzione d'una nuo­va via mulattiera lungo la destra del Ponale, dal Porto. Ponale (primo importante golfo del Garda a sud--ovest di Riva), fino al ponte di <Porcil» sotto Biacesa, continuata in seguito lungo tutta la Valle di Ledro. Tratti di questa mulattiera, furono poi grado grado ricostruiti con le caratteristiche delle <strade carrozzabili>, e precisamente: nel 1837-1838, il tratto Fonte di Porcil - Prè - Molina di Ledro; nel 1839, il tratto Molina - Pieve di Ledro.; negli anni 1840 1842, il tronco Pieve 41 Ledro - Tiarno dì Sopra. Nel 1843, da Tiarno di Sopra al confine con Storo; nel 1846 fu aperta la via detta dell'Ampola, lungo il torrente Palvico; affluente del Chiese, oltre lo spartiacque fra i laghi del Garda e d'Idro, da Tiarno di Sopra sino a Storo e Cà Rossa, oltre il fiume Chiese, sulla Tione - Caffaro; nel 1847 la mulattie­ra di VaI Concei, da Bezzecca a Lenzumo. Nel 1849 fu collocato il cippo di confine fra Le­dro e Storo in VaI d'Ampola, e quindi fra i distretti di Riva e Tione.

Nel 1881 fu resa carrozzabile la tratta Pieve di Ledro - Locca (primo villaggio che s’ incontra entrando da Bezzecca in VaI di Concei); nel 1894 fu rettificato l'andamento della strada di VaI di Ledro presso Mezzolago, trasponendolo sulla sponda del lago di Ledro.

Nel 1848 i Corpi Franchi vi giunsero dalla VaI d'Ampola e dal Passo di Notta.

Il 18 luglio 1806 i Garibaldini entrarono nella Valle di Ledro, parteattraverso il Passo di Notta fino a Legos e Pieve, mentre, il 20 luglio susseguente, la rimanente parte del Corpo di spedizione, con alla testa Garibaldi stesso, v'entrò per la Valle d'Ampola, dopo ridotto al silenzio il forte d'Ampola dai famosi cannoni del maggiore Dogliotti trascinati, con la guida e l'aiuto di vari patrioti di Storo, fin sul Doss6 ché sovrasta la valle poco più a nord-est di quel Borgo. E furono i cennati cannoni del celebre puntatore maggiore Dogliotti, che resero possibile la vittoria di Bezzecca del 21 luglio 1806.

Nel fervore dei precitati svariati allacciamenti stradali, cui le laboriose popolazioni della Valle di Ledro si sentivano spinte ormai da impellenti bisogni, è ben logico che, nella mente chiara e lungimirante di Giaco,no Cis, maturasse la concezione del progetto, (molto arduo per quel tempo, in cui mancavano affatto i contributi della cessata monarchia Austo-Ungarica, che, anche per la strada delle Giudicarie, s’era fatto pagare perfino la polvere pirica, di cui teneva il monopolio), della apertura d’una comunicazione diretta, la più breve possibile, fra la Val di Ledro ed il Garda, con mèta la città di Riva.
Ed é pur logico che Giacomo Cis, ch'ebbe l'animo, il coraggio e lo spirito d'iniziativa del vero <precursore>, sentisse vivissimo il desiderio di allacciare direttamente la diletta sua Valle con la piana del Basso Sarca, del quale gli erano pure note le bellezze naturali; ma soprattutto con Riva, che il poeta Giovanni Prati aveva già appellata

"Città gagliarda, Città cortese
"Perla dell'Italo nostro Paese"!

Senza dubbio, Giacomo Cis, nell'ideare tale allacciamento, affrontando aIl'uopo il ri­pido, scosceso e spesso strapiombante pendio roccioso del Monte Oro, immaginava già, e pregustava quegli imponenti e superbi panorami sul <Lago dell'eterna primavera», cui il Creatore profuse incomparabili bellezze naturali sui monti e sui pittoreschi centri abitati da cui è circondato. Tutti sappiamo che il tronco di strada più cercato e 'percorso a piedi dagli stranieri >2 con grande sopportazione delle noie della polvere dei tempi andati> è proprio quello del Ponale.

Giacomo Cis, dopo matura preparazione, predisposto tutto fin dal 1847, si accinse di nuovo verso il 1849, dopo spentasi la profonda e generale eco delle rivoluzioni scoppiate a Parigi ed a Vienna nel 1848, alla realizzazione del progetto da lui ideato e' fatto redigere e, superando difficoltà d'ogni sorta, gli era già quasi riuscito di aprire al transito nel 1851 la nuova arteria, cui nessuno prima di lui aveva pensato, ritenendo inattaccabili le pareti del Monte Oro e della Rocchetta, quando il 3 gennaio dei detto anno lo raggiunse improv­visamente la morte.
Con i mezzi allora a sua disposizione Giacomo Cis non aveva potuto certamente ripro­mettersi un modello di costruzione, anche in fatto d'andamento planimetrico e di larghezza costante, giacchè, per evitare spese enormi, il suo progettista dovette spesso ricorrere allo sfruttamento di tutte le possibilità di economie offerte, tratto per tratto, dalla varia configu­razione delle' pareti rocciose, nei 3350 m. circa di percorso, che intercedono fra il Ponale e Riva, e inoltre, nei tratti più scabrosi, ad una riduzione di larghezza anche fino a poco più di 3 metri, (come è pure accaduto lungo la Trento - Sarche - 'Tione), nonchè a curve"di raggio piuttosto piccolo.
Corretto ne fu, invece, fin d'allora, l'andamento altimetrico con pendenze moderate.
Tutto sommato si può ben asserire che Giacomo Cis, dati i mezzi di 'trasportò del suo tempo, con la sua fortezza d'animo e perseveranza fornì al'la sua Valle uno sbocco àdeguato ai suoi reali bisogni, e, al paese, un tronco di strada carrozzabile di prim'ordine sotto ogni riguardo, ma specie dal lato turistico e panoramico, per cui gli va riconosciuto grande imperituro merito.
A lui si deve poi la più breve comunicazione d'allora fra Trento e Brescia. Fa d'uopo accennare qui a coloro che furono gli interpreti del pensiero cd i colla-boratori affezionati di Giacomo Cis.
Quali progettisti: l'i. r. Ingegnere aggiunto Giovanni Piva di Pergine1 per la Bezzecca Lenzumo, in Val Concei, (nel 1847) e per la strada del Ponale, (184Q7t 1850» il Perito Buttarini, per la strada dell'Ampola (1846>; Il Perito Carlo Tonini per la Pieve Locca (1881>; il Geometra Martino Ambrogio Bondi, per la Prè - Biacesa (1843 - 1847); il Geometra Giu­seppe De Carli per la rettifica di Mezzolago (1894 - 1896>.
Alle espropriazioni per la strada del Ponale provvidero il Geom. Martino Ambrogio Bondi ed il Perito Carlo Tonini nel 1851.
Fra gli esecutori dei lavori di costruzione meritano d'e½.'sete ricordati Giovanni Maria Pialorsi di Vestone, per le strade dell'Ampola (1846> e del Ponale (1849 - 1851'); Giovanni Nicolussi di Luserna per le strade Pré e Biacesa (1843 - 1&47) e Bezzecca - Lenzumo (1847); Antonio Nicolussi di Luserna per la Pieve - Locca (1881).

Vicende delta Strada del Ponale e delle Valli di Ledro
e dell'Ampola (Riva – Storo), dopo la costruzione

La lunghezza totale di essa è di 33 chilometri, di cui i primi 3,50, da Riva fino alla valle del Ponale, costituiscono la parte maggiore e di più difficile costruzione.
L'andamento altimetrico, come si è già notato, è regolare, con pendenze della livelletta varianti fra il 4,50 ed 'il 6,00 per cento, però con prevalenza del 4,50. L'andamento planimetrico, com'è naturale, é sempre piuttosto tortuoso, poichè l'originario tracciato ha dovuto seguire la configurazione delle pareti rocciose del Monte Oro e di quello della sua propaggine, (Rocchetta), con rientranze nei numerosi valloncelli e specie nel vallone del Tor­rente Sperone a 1950 m. da Riva.
Per attentenuarne nei limiti del possibile, la tortuosità, il progettista di Giacomo Cis previde originariamente la perforazione di 3 gallerie, delle dimensioni massime di metri 5,00 x 5,00 circa e delle lunghezze rispettivamente di m. 31; 70; e 100, che, oggidì, dopo i nuovi lavori, recano, progredendo da Riva, i numeri 2, 3 e 5.
Il piano viabile era a semplice ciottolata; il bordo verso il lago, difeso da comuni muri di sostegno e di parapetto, ed in qualche punto da ringhiere di legno; verso monte: difeso, qua e là, da muri di controriva.
Di manufatti importanti, oltre ai consueti tombini per lo scarico delle acque raccolte glientisi lungo il bordo di monte,. non vi era che il ponte di legno sul Torrente Sperone aI chilometro 1,950.
L'intera strada del Ponale e della Valle di Ledro fu poi mantenuta a cura degli in­teressati Comuni, e dapprima. a datare dal 1833, per mezzo d'un «Comitato stradaleN, a capo del quale; per circa 18 anni, fino alla sua morte, fu Giacomo Cis.
In seguito la manutenzione di questa strada, com'era stato fino alicra di quella del l'Ampola verso Storo, 4" curata direttamente dai rispettivi Comuni, e, negli ultimi anni prima del 1913, con un modesto contributo annuò alle relative spese, concesso dall'Austria, ed esteso pure ad altre strade consortili, come per esempio quella della Rendena (divenuta statale nel 1908) e la Pinzolo - Campiglio.
Nel 1891 vi transitarono le prime automobili private, laddove, nel 1911, vi furono isti. tuite le corse regolari delle automessaggerie postali.
La memorabile alluvione del 6 novembre 1906 causò gravissimi danni alla Riva - Storo, ma più specialmente al tronco dell'Ampola, di cui un tratto di oltre 3 Km., con i due ponti «Stigolo> ed «alla Fortezza d'Ampola», andò distrutto completamente. Il corpo stradale, con i detti due ponti, fu ripristinato negli anni 1908 1912, parte a cura dell'Ufficio Tecnico Pro­vinciale ed in gran parte dagli Uffici Edili statali già esistiti a Tione e Rovereto.
Dopo la presa di possesso della piana di Storo da parte dell'esercito italiano nel 1915 la Riva - Storo iti mantenuta, per la durata della prima guerra mondiale, parte dall'Esercito medesimo, finci circa a Tiarno di Sopra, e pel rimanente dall'esercito austriaco.
Dopo la redenzione (fine 1918) l'intera arteria fu presa in consegna e mantenuta, quale statale, dalla Sezione LL. PP. dei Governatori militare e civile di Trento, e ciò fin verso il 1924, quando, in forza dell'emanazione del D. L. 15 novembre 1923 n. 2506, fu classificata nella seconda classe (disposizione confermata dal D. L .23 ottobre 1924 n. 1994), ed assunta così dall' Amministrazione Provinciale nel novero delle strade provinciali.
Nel breve periodo, durante il quale restò affidata alla cennata Sezicre LL. PP. ed indi al Genio Civile, neo istituito Ufficio di Trento, vi furono promossi i consueti lavori di manutenzione, intetisificativi nel settembre - ottobre 1921, in attesa del passaggio dei Sovrani; fu acquistato e trasformato in casa-cantoniera il fortino all'imbocco dell'allora prima galleria e, in seguito al parziale franamento d'un tratto di piano stradale, insistente in 'parte su un aggetto della parete rocciosa> fu perforata una nuova galleria, allora la quarta, della lun­ghezza di 160 m.; rna, per la scarsezza dei mezzi a disposizione, della sezione ridotta di m. 4.50 x 4,50 (progressiva Km. 2.250); inoltre vi furono eseguiti pochi saltuari allargamenti mercè demolizione di rocce, e qualch restauro di murature, con una spesa globale di circa L.500,000 (valuta 1922).
Ma le ulteriori maggor e più importanti opere di sistemazione e di conservazione della strada di Giacomo Cis (Ponale) sono dovute alla passione ed alla solerzia dell' Uf­ficio Tecnico Provinciale cd in particolar 'modo agli ingegneri Franch, de Prez, Zadra ed al defunto ing. Lugnani, i quali, dal 1924 fino ad oggi, hanno completamente sistemato -con ingenti scavi di roccia, muri di sostegno e di controriva e "di parapetto di vari tipi, anche su arco-morti, nonchè con massicciate e cunette, secondo le migliori caratteristiche di una moderna strada carreggiabile, della larghezza costante di m. 5,50, quivi compresa la cunetta - ben 2.206 dei Km. 3,350 di tale strada, i quali ora attendono ancor solamente la bitumatura, che 'vi sarà eseguita quanto prima. Restano da sistemare poi Km. 1.144.

Inoltre hanno perforato altre due gallerie (oggidì la I e la IV) rispettivamente di m. 70 e 68 e delle sezioni di m. 6x6 e 5,50x5,50; hanno provveduto all'allargamento ed al ri­vestimento d'una delle tre gallerie di Giacomo Cis, la prima divenuta oggidì l'a' seconda, portandola alle dimensioni, adottate ormai quale norma, di m. 5.50x5.50.
Tutto questo con una spesa complessiva di L.51.500.000 (valuta d'oggi).
Da tre le gallerie della strada del Ponale, qtiali erano originariamente, sono aumentate', fino ad oggi, a sei e precisamente:
La prima, di m. 70, sezione 6x6, nuova, al Km. 0~350.
La seconda di m. 31, sezione 5.SOxS.50, vecchia, ma allargata ora e rivestita, al chilometro 0.730.
La terza di m. 50, sezione SxS, vecchia, al Km. 0.956.
La quarta di m. 68, sezione 5.50x5.50, nuova, al Km. 1.780.
La quinta di m. 05, sezione 5x5, vecchia, al Km. 1.940.
La sesta di m. 160, sezione 4.80x4.50 del 1923, al l<m 2 250.

L'Ufficio Tecnico Provinciale" ha ora in progetto un'altra galleria della lpnghezza di 120 m. e della sezione normale di m. 5x50x5,50, la settima, al km. 1.140, poco prima della valle del T. Sperone, con lo scopo di eliminare delle curve e controcurve; inoltre tutti i la­vori di scavo di roccia di muratura e di massicciata ecc., indispensabili per il compimento della razionale sistemazione dei rimanenti mille metri della strada del Ponale. È pure nelle intenzioni dell'Ufficio medesimo di ridurre alla sezione normale, ormai generalmente adottata, di m. 5.50x5.50, la sesta galleria, costruita nel 1923 con scarsi mezzi dalla cessata Sezione LL. PP. del Governatorato della Venezia Tridentina.
Mercè tutti questi altri lavori aggiuntivi, per cui occorrerà un'ulteriore spesa di poco più di 30 milioni di lire, la strada del Ponale, coraggiosamente ed arditamente ideata e vo­luta da Giacomo Cis, vero precursore in tempi e in condizioni veramente difficili, sarà por tata al livello d'una modernà e sicura strada carreggiabile, in condizioni dì visibilità molto migliorate e della larghezza costante di m. 5.50, compresa la cuncttta, larghezza che, date le enormi difficoltà opposte dà la configurazione della zona pedemontana de I Monte Oro, va considerata insuperabile
Il piano viabile sarà poi liberato stabilmente dalla polvere molesta e dannosa, non temuta però in passato dai molti forestieri che anelavano risalire la strada a piedi, per poter godervi i superbi panorami offerti dall'ampio bacino del sottostante lago di Garda.
Lo spirito grande di Giacomo Cis gioìrà certamente dell'ampio riconoscimento della celebrazione centenaria della opera sua, che un patriottico Comitato sta organizzando; ma soprattutto per il gran bene che la sua mirabile iniziativa ha già apportato nel corso di un secolo e continuerà ad apportare per l'avvenire alla natia sua 'Valle, iI Trentino ed all'Italia.
Chi scrive fece del suo nieglio, fin dal 1921, per viemaggiormente valorizzare la strada di Giacomo Cis, insistendo perchè essa, da Riva al ponte a volta sul torrente Ponale, ripristinato a cura del Genio Militare subito dòpo la vittoria, fosse compre£a, quale primo tratto, nella arteria Riva-Limone, ed aIl'uopo fece approntare apposito progetto per l'intero tronco fino alla località <Reamaì>, confine con Brescia; progetto del quale si scorge ancora il tracciato inciso lungo le pareti che, da sotto Pregasina, sovrastano lo specchio del lago. Tale progetto, regolarmente approvato nel 1922 dal Ministtro dei LL. PP., offriva l'oc­lcasione di poter anticipare di vent' anni circa, con notevole risparm'io rispétto alla traccia b~;sa, la sistemazione della 'strada del Ponale, con enorme vantaggio pure per la Valle di Ledro, di raggiungere> a sud del Ponale, un andamento meno accidentato 'e di ridurre considerevolmente il numero delle gallerie; inoltre di evitare i pericoli derivanti dalla costru­zione d'una nuova arteria sotto quella vecchia. Allora imperava il fascismo e così fu d'uopo abbandonare ogni lo4a, in cui il 'promotore era, purtroppo, rimasto isolato, ad onta della rilevante economia prospettata. Superata di molto la globale spesa di 27 milioni prevista nel 1928 la Direzione dei lavori ottenne che la Gardesana Occidetitale fosse sostituila - nel novero delle strade statali> non superabile, allora, nella lunghezzà comples'siva di tutta la rete nazionale - alla vecchia, unica arteria nazionale Sarche~Caffaro, divenuta così in gran parte provinciale. Questo perchè la Gardesana Occidentale, in fregio al lago, fosse compiuta e poi mantenuta e, via via, consolidata a spese dello Stato.


L'illuminata opera di Giacomo Cis fu a suo ternI o ricordata con riconoscenza dai Co­muni interessati mercè la posa di una lapide di m. 1,38 x 1,98 nella vecchia terza galleria, oggidì la quinta. La lapide che, dopo la redenzione, fu rimossa e riposta in opera in posi­zione più visibile al Km. 0.450, reca la seguente epigrafe:
QUESTA VIA - GIACOMO CIS DA BEZZECCA - ARDITAMENTE lDEÒ - E DI TANTO CONCETTO - CHE MOLTI DICEANO DELlRIO I MUNICIPI I - Dl LEDRO DI RIVA E DI STORO - SUASE - ONDE LA GRANDE OPLRA - A SPESE DEI COMUNI - NEL MDXXXKLI FU COMPIUTA - COMUNICAZIONE CON BRESCIA E MONUMENTO DELLA COMUNE PERTINENZA ROMANA - ALLA TRIBÙ FABIA.




LA PROVINCIA DI TRENTO - APRE LA STRADA DI LEDRO - A PIÙ INTENSA VITA -COMPIENDOSI IL SECOLO DELLA COSTRUZIONE ARDlTA E GENIALE – CHE GIAQOMO CIS IDEÒ - 1851 - 1951


Per quanto concerne le altre principali vie di comunicazione della parte cccidentale del Trentino si accenna qui alle strade delle Giudicarie, Trento - Tiene - Caffaro, ir~ cui, al1a « Ca' Rossa», mette capo la Riva - Storo, e della Rendena Tione - Pinzolo, che furono co­struite a tutte spese dei Comuni delle due valli, fra il 1850 ed il 1856; la Pinzolo-Madonna di Campiglio (vecchia) verso il 1870 (per iniziativa di un benemerito Giudicariese, Giam­battista Righi, lo scopritore della Stazione alpina di Madonna di Campiglio, emulo di Gia5 como Cis, e che la costruì a tutte sue spese); infine la Campiglio-Campo Carlo Magno-Di­maro in VaI di Sole, verso il 1890, per opera del valente ingegnere trentino Dott. Vittorio de Dal Lago, della nota patriottica Famiglia di Cles.
Trento, il 17 maggio 1951

Ing. G. ADAMI



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