Visualizzazione post con etichetta Palafitte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Palafitte. Mostra tutti i post

domenica 1 maggio 2016

Il museo delle palafitte di Ledro

da "Lago di Garda magazine"
Il museo delle Palafitte a Molina di Ledro
L'estrema scarsezza di reperti non permette che limitate interpretazioni sulla costituzione fisica degli abitanti. Per quanto riguarda la statura edia, facendo un raffronto con gli altri abitanti lacustri di quei tempi, si presume di cm. 156. Anche nella stazione di Ledro, come è regola per gli abitanti palafitticoli preistorici, è stata rilevata l'assenza di inumazioni. Questo fatto fa pensare che i palafitticoli praticassero il rito di bruciare i propri morti. Le opinioni riguardanti i dati cronologici della colonizzazione del Lago di Ledro da parte dei palafitticoli sono discordi, il dato cronologico inferiore, di origine, è collocato fra il 2000 e il 1800 a.C., e quello superiore fra il 1500 e il 1200 a.C.
Il periodo della Pietra in Val di Ledro
La pietra, scheggiata, levigata o grossolanamente abozzata, ha costituito insieme al legno la materia d'uso che si prestò a tutte le esigenze strumentali fin dai primordi dell'umanità. Nella palafitta a Molina di Ledro, che vide il suo pieno fiorire nell'età del bronzo, la permanenza di un suo uso diffuso ed esteso a vari settori d'impiego, è ovunque documentata con relativa abbondanza. La categoria di manufatti maggiormente indicativa, anche se di minuscole dimensioni, è rappresentata dagli oggetti in selce, che, come è noto, data la sua durezza e la sua fragilità, non si presta ad altra lavorazione che non sia la scheggiatura. Troviamo rarissimi pugnali a foglia di lauro e poche punte di freccia, schegge ritoccate e destinate a raschiatoi. Le asce sono generalmente di piccole dimensioni con lati lunghi e curvi e lati brevi e dritti. Solo in un unico esemplare è stata reperita un'ascia tipo "ferro da stiro" con foro per il manico. In pietra arenaria sono i lisciatoi ed i frammenti riferibili a forme di fusione per il bronzo ricavati direttamente dalle forme di massi e ciottoli di rocce cristalline che costituiscono una vicina morena glaciale. Sono una serie di oggetti di uso assai diffuso le pietre da focolaio, in genere in granito, pietre per la molitura, usate per ridurre i cereali in farina, mazze e martelli.
A scopo chiaramente ornamentale sono i grani di ambra che si rinvengono con una certa frequenza nel deposito. Sulla loro provenienza non si può asserire nulla, si può però sostenere l'ipotesi che li vedrebbe inseriti in quel flusso di scambi commerciale con palafitticoli boemi, dedotto da molteplici altri indizzi.
La Tessitura in Val di Ledro
Pesi da telaio in notevole abbondanza, fusaiole talora ornate con impressioni puntiformi, pettini da telaio in corno di cervo, aghi in osso, oltre a lembi di stoffa sono la documentazione materiale di questa attività. La stoffa veniva tessuta con filo di puro lino e si presenta: ora a trama piuttosto serrata, ora più larga. Fu reperita in brandelli, in rettangolini soprapposti che denunciano l'uso di ripiegarla, ed in strisce arrotolate, una delle quali costituisce una vera e propria cintura.
L'interesse maggiore di questo rinvenimento, probabilmente unico, è costituito dal fatto che la trama si intesse ai due bordi con l'ordito senza soluzione di continuità, il che presuppone l'uso di un telaio di ridotte dimensioni. Niente ci vieta di immaginare, anche se non ne abbiamo alcuna prova, che i prodotti tessili destinati al vestiario siano stati colorati con sostanze vegetali, come è costume antichissimo.
Vale la pena di aggiungere che l'assenza di filati di lana è ascrivibile alla facile decomposizione di tale sostanza.
L’ambiente e l’alimentazione in Val di Ledro
I reperti archeologici rilevano una composizione di specie animali e vegetali non molto dissimile da quella che potrebbe essere l'attuale, in mancanza dell'intervento modificante dell’uomo. Tra i molluschi sono state trovate in notevole quantità le valve dell’Anodonta Mutabilis Cless, ostrica d'acqua dolce. Gli animali domestici di maggiore importanza economica sono: buoi, capre, pecore e suini, di dimensioni medie rispetto alle faune dell'età dei metalli. Il cane presente in Val di Ledro si inserisce in una forma evolutiva intermedia tra l'età della pietra, quella del ferro e romana. L'orso possiede una variabilità non molto grande ed una statura media rispetto alle altre faune europee, anche se qualche reperto indica la presenza di alcuni individui di dimensioni maggiori. Il cervo, il capriolo, la volpe ed il camoscio non hanno permesso osservazioni particolari. Il cinghiale è presente con un paio di reperti.
Ledro era un villaggio economicamente autosufficiente, la sua fauna domestica era sfruttata in modo da soddisfare al massimo i bisogni della popolazione. La fauna selvatica era appena presente, cacciata e consumata episodicamente nel villaggio. La fauna domestica era allevata senza particolari precauzioni. L'allevamento era estensivo, almeno in estate, ed in inverno si poneva il difficile problema della nutrizione che provocava forse spesso la macellazione degli animali in età giovane. Con la sola valutazione dei resti del pasto ritrovati è possibile tracciare un quadro sufficientemente orientativo dell'alimentazione e tenore di vita. Tutti gli animali terrestri di cui si è parlato costituivano fonte di pasto, e molto verosimilmente lo spolpamento delle loro ossa era integrale.
La lavorazione del legno in Val di Ledro
Per le antiche popolazioni alpine il legno rappresentava la materia d'uso di primaria importanza. Prescindendo dall'ovvio impiego nella costruzione delle capanne, palizzate di difesa, etc., il legno, nella cui lavorazione i palafitticoli rivelano totale padronanza, si è prestato alla confezione di gran parte degli utensili casalinghi, attrezzi da caccia e difesa, imbarcazioni, eccetera. E' legittimo immaginare una varietà ed una quantità più vasta di quanto possano documentarci i resti reperiti negli scavi. La lavorazione del legno in Val di Ledro avveniva: o direttamente mediante taglio con lama degli oggetti di mole ridotta, oppure con il predisporre la forma di base avvalendosi del fuoco e successivamente dando ritocchi finali con strumenti da taglio o abrasivi.
I manufatti più rappresentativi sono ciotole, padelle, taglieri, manici di problematica interpretazione, che costituivano probabilmente lo strumento per la confezione dei pasti. Come armi sono interpretate le mazze a testa sferoidale, oggetti fusiformi che sono descritti come boomerang, e archi di legno. L'impiego del legno in agricoltura è documentato dal rinvenimento di un aratro, con punta robusta ed asta per il traino. Una categoria di reperti di rilevante interesse interpretativo è costituita dalle conoe monoxili.
Strumenti in osso e corno in Val di Ledro
Molteplici servizi offrivano gli strumenti costituiti dall'ossame e dalle corna degli animali. Dai tarsi e dai cubiti di varie specie animali si ricavavano punteruoli e pugnali, oltre che spatolette, aghi da cucito, cerchietti ornamentali, fibie, salvapolso per l'uso dell'arco, eccetera.
In vario modo erano usate le corna dei cervi, la cui relativa abbondanza non stupisce se pensiamo alla loro caducità annua, esse costituivano martelli o percussori, oppure potevano accogliere strumenti in metallo. Se forate si adattavano ai manici di legno. I rami laterali, inoltre, potevano costituire uno strumento per modellare la ceramica. Sempre di corno cervino due eleganti pettini da tessitura. Il corno di capriolo, animale che dai reperti risulta più raro del cervo, non trova analoghi usi se non in forma limitata.
La ceramica in Val di Ledro
La varietà e la quantità di manufatti ceramici a Ledro è veramente enorme ed il tipo, la forma e le dimensioni svariatissime. L'impasto, generalmente grossolano e smagrato con vari additivi minerali, si presenta spesso fine, ben levigato e lucido. Il colore è monotonamente nero o scuro, brunastro o rossiccio, quando non sia impallidito per sovracottura a causa di incendio. Le dimensioni sono molto varie.
Una valutazione colloca al primo posto come frequenza i grandi orci tronco-conici da derrate alimentari, con decorazione costituita quasi di regola da cordoni realizzati e ricavati dallo spessore del vaso, o applicate, che spesso abbracciano o circondano a spirale il corpo del recipiente e denotano un gusto estetico ancora attuale.
Molto presenti sono poi gli svariati tipi di boccali, ciotole e piccole tazze, che spesso si rinvengono integre grazie al loro piccolo ingombro. Pure in terracotta sono, in ordine di frequenza di reperimento: pesi da telaio, fusaiole, rocchetti, mestoloni per il trattamento del bronzo fuso, piatti con bordo appena alzato, "zuffoli" usati come soffioni per il fuoco, dischetti rotondeggianti il cui uso può essere quello di pegni per giochi, e i cosiddetti "oggetti enigmatici", piccoli segmenti rettangolari con segnature e punteggiature impresse prima della cottura. A puro titolo di curiosità si può citare il diffusissimo uso di un legante adatto a stagnare od aggiustare i recipienti in terracotta, anche per rotture che fendono tutto il loro corpo. Si tratta dello stesso materiale usato per fissare strumenti di selce in impugnature lignee, od ornamenti a vari supporti.
Varie piccole formelle di tale collante, con forma che ricorda quella dello strobilo di abete, sono state reperite negli strati, ed un'analisi delle stesse le vorrebbe composte di gomma di tabarinto commista a qualche macinato indeterminabile
Inizio modulo
Fine modulo


giovedì 31 ottobre 2013

Gazzettino novembre 1969, palafitte




Palafitte, un po di storia, da " Le palafitte nel cassetto "




Dato che oggi lo vediamo esposto nel museo palafitticolo, è necessario ricordare la storia di un ritrovamento particolare, effettuato grazie all’indicazione di Beppino Toniatti, presso il laghetto d’Ampola. Siamo nel 1953… “
Facevamo a scuola la storia delle Palafitte di Molina con il Professor Chiocchetti. Chiocchetti, Dal Rì (Luigi) e Dorigotti insegnavano tutti e tre alle magistrali di Rovereto. Un giorno, durante una lezione di storia sostenni che c’erano, secondo me, le palafitte anche in Ampola. Dicevo questo perché andando a pescare sul lago con “la Tirlindana” (anche se era proibito) l’amo si agganciava a questi pali che erano molto ben allineati….queste sono palafitte mi son detto!! Avevo 20 anni…e allora siamo andati con i tre professori (dopo aver pranzato in Tremalzo) verso il lago d’Ampola. Purtroppo l’acqua era increspata e si vedeva davvero poco quel giorno. Dal Rì, di Mori, mio professore di storia e latino, e appassionato di ricerca… si trovò con Tomasie gli annunciò che un suo alunno aveva ritrovato questi pali, che per lui erano palafitte Dopo tre quattro giorni Tomasi era al lago d’Ampola per cercare le palafitte. E trovò la canoa e reperti…e chissà quanti reperti ci sono ancora giù…era nella zona del “pal dela luce”, dovec’è ora la baracca…quasi in mezzo al lago, sulla sponda verso verso “I Gaç” come diciamo noi. Non verso lo stradone, ma verso il bosco…Andavamo a pescare le tinche in quel punto…di pali, stando con la barca sopra l’acqua se ne vedevano parecchi… (dalla testimonianza di Beppino Toniatti)

da " Le palafitte nel cassetto "


Palafitte, un po di storia, da " Le palafitte nel cassetto"

un po di storia :



Tale palificata era interpretata come un antico lavoro di bonifica e di difesa, la cui costruzione si era persa nei meandri del tempo; appariva come un lavoro che avrebbe impedito l’asportazione del materiale che formava la riva del lago, qualora le acque del fiume Ponale (in un momento di piena) fossero scorse in maniera più violenta.E nella mente della gente di Molina, più o meno anziana, passò fino al momento della scoperta archeologica, questa teoria.

Noi non avevamo mai sentito dire che prima del ritrovamento si pensava esistessero delle palafitte.
… Nel 1929 il lago è calato e allora si è iniziato a dire che c’erano queste palafitte e che c’erano pali che emergevano dall’acqua; pero c’è anche chi diceva che erano stati piantati per frenare l’acqua, ma, sicuramente, non si sapeva chi poteva essere stato a piantarli e quando (dalla testimonianza di Attilio e Silvio Rosa)
”. La zona era ricoperta dalle acque del lago; ciò che solamente emergeva era un piccolo isolotto, situato all’imboccatura del fiume. Si pescava, si raccoglieva il legname e vi si attraccavano le barche.
La presenza di pali poteva essere motivata dalla perizia lavorativa degli antenati.A conferma la notizia che nella Valle di Ledro fosse viva la tradizione che dove cominciava l’emissario (il fiume Ponale), quindi proprio nel punto in cui è la stazione palafitticola, gli abitanti del luogo avessero costruito e mantenuto uno sbarramento formato da pali, senza dubbio uniti da intreccio di ramoscelli;il tutto per impedire che il livello dell’acqua del lago si abbassasse. E infine si aggiunge anche la conferma di alcuni abitanti di Molina che hanno sentito parlare i loro padri di questa “struttura particolare”: “
Mio papà […] raccontava che andavano dentro a pescare quando era giovane; passando con la barca nella zona delle palafitte vedevano giù i pali e si chiedevano cosa potesse essere ; risposta era che, dato che tiravano fuori il legname con il lago ghiacciato, forse quella poteva essere una “draga” per fermare i tronchi. Questo pensavano i vecchi, e, prima che venisse il Battaglia, la teoria era quella (dalla testimonianza di Faustino Baldessari)”
.E ancora: “
A dire il vero non si dava tanta importanza alla scoperta...all’inizio pensavano fosse una specie di diga che fermasse le acque del lago... tanti anche dopo l’evidenza del sito eranomolto scettici della spiegazione archeologica… (dalla testimonianza di Umberto Canali)

L'attuale sbarramento, rifatto nei secoli, andava quindi attribuita la presenza di così tanti pali piantati in età non molto lontana, ma certamente di molto posteriore alla vita del sito palafitticolo. Con ciò, concludeva il Paret, “
si sarebbe potuto spiegare anche il perché alcuni pali hanno forato e attraversato tavole di legno ed anche una piroga
”.Se la presenza dei pali poteva in questo modo essere giustificata, non cisi spiegava però la grande quantità di pezzi e cocci ceramici che si trovarono sul fondo, alla base degli stessi pali, al momento dei primi abbassamenti del lago….Ma una antica storia era passata come verità: “
Mi veniva raccontato che quando si ri-trovavano dei cocci nel lago, nei pressi delle attuali palafitte si pensava fossero “le cépe” dei Zecchini. Erano i Zecchini “Paroni del Lac”, che possedevano le acque e i territori circostanti il lago. Si diceva che ai tempi della peste i poveri si tenessero le loro scodelle e le lavavano,mentre questi Zecchini, “siori”, potevano permettersi di buttarle via, nel lago. Era passata questa tradizione… erano “le cepe” di cui si erano sbarazzati i Zecchini. (dalla testimonianza di Antonio Zecchini
E ancora, Agnese Rosa, “la maestra Agnese” ricorda:“
E dicevano in paese: “Guarda che vanno là dentro, in una zona che certamente è infetta perchè li, sicuramente, c’è stata qualche grave malattia …”. Allora tutti quegli oggetti che avevano li hanno scaricati e poi hanno abbandonato il luogo e si sono trasferiti a Legos. Non volevano lasciarci andare per non esporci al rischio di infezioni, al rischio di poter contrarre qualche malattia; pensavano che tutti quegli oggetti che c’erano fossero stato il frutto diun abbandono che era stata la conseguenza certamente di una partenza furiosa determinata da qualche spauracchio (dalla testimonianza di Agnese Rosa
A testimonianza di un’ulteriore identità che venne data ai cocci riportiamo la breve ma interessante testimonianza che Gino Tomasi racconta, ricordando Guido Cauzzi, primo custode delle palafitte: “
Ricordo che Guido diceva che i locali, vedendo le masserizie nell’acqua,dicevano fossero i “bucai dei tisec”, ovvero i boccali dei malati di TBC! (dalla testimonianza di Gino Tomasi)
Anche le interpretazioni nate intorno ai cocci riuscivano aspiegare la particolare presenza, ma davano una identità ben diversa da ciò che,da lì a poco tempo, si stava per scoprire: l’
abitato palafitticolo di Ledro
Proprio in quella zona sorgeva quella che è oggi chiamata “la Colonia”.
Orginariamente questa struttura (poi adibita a Colonia appunto)come
casa e luogo di cura per i malati di TBC.

da "Le palafitte nel cassetto"
https://www.facebook.com/groups/384009025014570/permalink/529981090417362/


Palafitte,un po di storia ,da " Le palafitte nel cassetto"

un pò di storia ,da " Le palafitte nel cassetto"

Il momento chiave: la costruzione della nuova centrale idroelettrica di Riva
Ancora all’inizio della Prima Guerra mondiale, nel giugno del 1915, gli alpiniavevano distrutto le centrali idroelettriche poste lungo il torrente Ponale per im-pedirne l’uso ed i benefici agli austriaci. I bombardamenti austriaci successivi ed i saccheggi operati terminarono l’opera di distruzione.

Appena terminata la guerra si pensò quindi alla loro ricostruzione. Le loro condizioni però e la politica dell’epo-ca riguardo all’energia che poteva essere sfruttata solo dall’Autorità governativa,esclusero tale soluzione. Si pensò invece a qualcosa di completamente nuovo. Così,su progetto dell’Ing. Alessandro Panzarasa di Milano, il Municipio di Rovereto,nel luglio 1919, avanzò una richiesta al commissariato Civile di Riva con la quale chiedeva lo sfruttamento dell’acqua del Ponale a partire dal Lago di Ledro , da utilizzare come serbatoio naturale. Si arrivava fino al Lago di Garda utilizzando l’acqua del torrente Ponale su tre salti per l’alimentazione di altrettante centrali: una a Molina, una poco sotto Biacesa e la terza a Riva, allo sbocco del Ponale.

Un simile progetto che richiedeva la possibilità di abbassare all’occorrenzail livello del lago fino a 10 metri sotto la superficie e la costruzione di una digadi 16 metri che sbarrava il lago stesso, suscitò un’immediata reazione da parte della gente ledrense. Nonostante le molte opposizioni e ricorsi presentati ,e nonostante fosse stato dimostrato che il Lago di Ledro fosse proprietà privata di tutti i comuni della valle, il progetto ottenne il parere positivo degli Uffici tecnici, del Commissariato Civile e potè così prendere il via. Ma le obiezioni comunali e tutte le rimostranze sollevate costrinsero il Municipio di Rovereto a rivedere e rideterminare l’intero progetto. Esso venne radicalmente cambiato dai progettisti Francesco Tomazzoni e Edoardo Model, che lo presentarono nel 1924.Il nuovo progetto prevedeva che il lago diventasse un vero e proprio bacino diaccumulo per la Centrale. Le acque del lago sarebbero state incanalate, con presa diretta presso Mezzolago, e attraverso una galleria di oltre sei chilometri,scavata nella montagna, venivano portate ad un’unica centrale, a Riva del Garda. Il livello massimo di svaso venne portato in tal modo da 10 a circa 23 metri.I lavori per la centrale iniziarono nel 1925 e durarono fino al 1929, mentre quelli della galleria avevano già preso avvio nel novembre del 1924. La galleria venne eseguita tutta a mano, con “ ponta e mazot ”, per creare i fori da mina in quella dura roccia calcarea e dolomitica. Un lavoro massacrante, pericoloso, eseguito daminatori esperti. “
In quella circostanza, un uomo, Valentino Angelini, stava disgaggiando con un ferro dei sassi e fu investito da una frana. Lasciò tre figli piccoli. E poi, il fratello di Valentino, restò cieco nello scoppio di una mina (ma in un’altra operazione) (dalla testimonianza di Fiore e Mary Rosa)
”. Venivano preparati una serie di fori, in cui venivanopoi piazzate le polveri esplosive che facevano saltare la roccia pezzo per pezzo. Ci vollero quasi quattro anni per completare lo scavo della galleria, del pozzo piezometrico posto alla base della stessa. Finalmente, domenica 18 marzo 1928, di fronte a numerose persone accorse sulle rive settentrionali del lago, venne aperto l’ultimo diaframma di roccia che chiudeva la galleria. Alla celebrazione e al celebre scoppio della mina presenziò l’Arcangelo” Gabriele , Gabriele D’Annunzio, arrivato in Valle ammarando con un idrovolante (partito da Gardone) sul piccolo lago.“
Era il 1928. Venne Gabriele D’Annunzio, un personaggio piccolo di statura; arrivò con il suo idrovolante: avevo 8 anni e quel giorno c’era tantissima gente. Eravamo sotto la torre della Villa Bernardinelli e fu un’esperienza unica. Ricordo ancora la colonna d’acqua che si alzò dal lago. Ricordo anche i lavori di costruzione della galleria. Insieme alle mie sorelle siamo andate a percorrerla e visitarla; con gli operai che mangiavan odal Cauzzi e che conoscevamo, siamo partite da qui a Barcesino, dove c’è la galleria di ispezione e siamo arrivate fino a picco su Riva. Questa galleria (di ispezione) si addentra per qualche decina di metri e ad un certo punto c’è una porta al di la della quale passa l’acqua prelevata dal lago… Allora, quando vi entrammo, non c’era la porta e nemmeno l’acqua e siamo così riuscite ad attraversare tutto
fino ad arrivare fin sopra Riva. Dentro non è molto grande… è grande come l’imbocco della galleria di ispezione. Prima che chiudessero siamo andati…avevano iniziato i lavori nel 1925 lo stesso giorno della data di nascita del Pio Gustavo (dalla testimonianza di Elvira Berlanda)
”.Ma tornando a quel giorno di marzo del 1928, i ricordi sono sugellati da frasiche ancora si ricordano con grande lucidità. Fra le più celebri, quella che lo stesso D’Annunzio, dopo aver chiesto informazioni riguardanti i lavori, abbraccia o un frate francescano lì presente disse: “
Oh fraticello, fraticello mio, son francescano anch’io!
”. Il poeta – soldato, che ben presto si diresse al tavolo sul quale era posto i congegno di accensione delle mine, pronunciò un breve discorso, schiacciò il tasto e subito un boato attutito dall’acqua fece tremare le rocce soprastanti e il suolo circostante. Erano tante le preoccupazioni, la più particolare delle quali riguardavai livelli del lago. Si immaginava che la presenza della galleria avrebbe determinato un immediato forte svuotamento del lago. “
Venne D’Annunzio con l’idrovolante, man giò nella zona sopra “la presa” e si aspettavano che nel tagliare l’ultima parte della galleria il lago dovesse calare immediatamente…ma non successe. Lavorò tanta gente a quell’opera…c’era anche gente di Tiarno, Bezzecca e Concei (dalla testimonianza di Beppino Toniatti) ”.
anche riguardo a quest’opera Francesco Zecchini espone il suo punto di vista, facendo, in primis un resoconto dei lavori e delle vicende, e con-cludendo a suo modo con commenti caustici nei confronti delle parti in causa.
“Quando il Ponale, con le sue imponenti cadute d’acqua percorreva indisturbato il suo alveo,verso il 1880 la città di Riva, costruiva quasi alle foci del fiume Ponale, la sua centrale elletrica e benchè in proporzioni piccoline era però sufficiente ai bisogni dei suoi cittadini, e funzionò fino al 1906, cioè fino a quando Rovereto e Riva in dolce amplesso, stabilirono di creare una centrale più poderosa, sempre sfruttando le acque del fiume, erigendola a valle diBiacesa con la presa dell’acque vicino o nelle adiacenze della fabbrica di magnesia dei Colota Cis e figli in Molina, questa centrale doveva alimentare la forza alle città di Rovereto e Riva. Ma siccome l’appetito viene mangiando, dopo un periodo di circa 20 anni, i magnati delle due città, hanno presentato al governo, un progetto grandioso, di prendere direttamente dal lago alla profondità di 28 metri dal livello normale, l’acqua necessaria e con galleria perforando il monte “Rocchetta” portare la stessa in un bacino scavato nella montagna a circa 400 metri di altitudine e precisamente come si può vedere, sopra la centrale di Riva. È logico che se il governo rilasciava una tale concessione, per forza, doveva cessare l’a flusso dell’acqua nel fiume Ponale. Dato che lungo il fiume esistevano molti stabilimenti che usufruivano delle frequenti scadenze delle acque dello stesso, per far funzionare gli stessi, si presentava chiara l’opposizione dei proprietari di detti opifici, come quella della popolazione la quale fece presente alle autorità che la soppressione della corrente dell’acque lungo il suo alveo, poteva portare dei danni non indifferenti all’igiene pubblica, per il ristagno di acqua nei burroni lungo il fiume e nel deposito di rifiuti nell’alveo. Alle autorità di è fatto presente anche i danni che potevano derivare alle sponde del lago, molto melmose e le frane che ne potevano derivare con lo svasamento fino alla profondità di 28 metri, dove l’acqua, come si ponesse una spina in una botte, doveva immettersi nella galleria. Le stesse autorità non tennero in nessun conto le proteste dei valligiani rivieraschi, e accordò la concessione per 99 anni.
I podestà dei allora singoli comuni di Molina, Prè e Biacesa dormirono della grossa e non avanzarono nessuna pretesa, cosicché rimasero, parlando in ghergo, fotuti… Che cosa succede? Che i comuni di Rovereto e Riva hanno fatto i conti senza l’oste; hanno la centrale che gli è costata più di 100 millioni . Che cosa succede? Che i comuni di Rovereto e Riva hanno fatto i conti senza l’oste; hanno la centrale che gli è costata più di 100 millioni e non Ad onor del vero, tanti comuni ledrensi si aggregarono ai vari ricorsi con-tro la realizzazione dell’opera, obiettando che l’abbassamento del livello del lago avrebbe comportato un deturpamento della bellezza della Valle, minacciando, conl’esalazione degli scoli, la salute e l’igiene pubblica; avrebbe danneggiato la nascen-te industria del forestiero, perché avrebbe scoperto le rive ripide e rocciose sullequali non era possibile l’approdo delle barche, né tantomeno la balneazione; ci sa-rebbero stati franamenti, si sarebbero persi i diritti di abbeveraggio del bestiame ela macerazione di canapa e lino; si sarebbero inesorabilmente danneggiate la pesca e la caccia intorno al lago.