domenica 1 dicembre 2013

L'ultimo pegolòt



La testimonianza di Ezio Corsetti

Ezio Corsetti, classe 1935 di Tiarno di Sopra, è stato l’ultimo pegolòt della Valle di Ledro. Lo abbiamo incontrato per avere la preziosa testimonianza di chi, per lungo tempo, ha fatto del mestiere di pegolòt una scelta di vita, di lavoro e di passione. Ezio imparò il lavoro dalla madre che a sua volta aveva lavorato con il nonno, anche lui pegolòt: mio papà dice Ezio, era venuto dalla Val Vestino e quando si è sposato, mia mamma ha insegnato anche a lui come si faceva la pece; nei primi anni Trenta, quando ancora bambino cominciava a lavorare al cargàl, in valle di Ledro i peciaioli si contavano sulle dita di una mano: i tempi in cui la pece prodotta in valle finiva nell’Arsenale Veneziano erano da tempo passati ed allora la produzione serviva a soddisfare le esigenze dei calzolai che la utilizzavano per impermeabilizzare le scarpe. Fino agli anni ‘30 c’erano altri peciaioli, ma poi sono tutti emigrati in America e la mia famiglia è rimasta l’ultima ad svolgere questa attività. Chiediamo ad Ezio di raccontarci come si svolgevano le sue giornate nei circa trent’anni nei quali ha fatto la pece a Tiarno di Sopra e il modo in cui ce lo racconta è la rappresentazione più efficace della passione, ma anche della fatica e dell’abnegazione dedicata al lavoro. Per fare un cotta ci voleva anche un mese e mezzo di lavoro; bisognava innanzitutto andare per boschi a cercare le ceppaie di pino silvestre, non altri tipo di legno, e mica pino silvestre qualunque, ma ceppaie rimaste a marcire per almeno venti anni in modo che rimanesse il cuore, la tìa. A quel punto dovevo portarle al cargàl per farla seccare: accendevo il fuoco sotto la tettoia, stando sempre attento a non alimentarlo troppo, altrimenti poteva bruciare tutto. Quello di cercare, estirpare e portare le ciocche e le radici su alla Costa era la parte più dura, si doveva camminare a lungo curvi sotto il peso delle ceppaie e salire su fino al pegolòt; la ricerca a volte durava più del previsto, dovendosi recare anche piuttosto lontano, facendo i conti anche con pioggia, freddo e neve. Talvolta, quando per esempio ci si procurava le ceppaie in val dei Molini, che era ricca di pini, si faceva la strada su un carro trainato da un asino, ma il tratto finale andava sempre affrontato a piedi. Le fasi successive, pulitura, essicazione, cotta, bollitura e filtraggio erano certamente meno faticose, ma anch’esse richiedevano tempo e pazienza ed erano altrettanto importanti. Il grande forno di argilla a doppia camera in cui la tìa veniva cotta per almeno 30 ore l’aveva costruito Romualdo Merli, mio nonno dice Ezio, e non fu mai cambiato: aveva decine e decine di anni, lo aggiustavamo ogni volta che si formava una crepa e facevamo tutta la manutenzione necessaria dopo ogni cotta, con cura, perché quello era l’unico forno e costruirne un altro uguale sarebbe stato praticamente impossibile e senza… la pece non si può fare. Ezio ricorda che stava a fogar tutta la notte, e in quelle occasioni, specie se il tempo e la temperatura lo consentivano, il forno diventava un luogo dove tutta la famiglia si riuniva dandosi insieme una mano nel lavoro. Dopo la cotta Ezio bolliva la pece nel paiolo, diventava più densa e l’acqua residua veniva così eliminata: il prodotto ormai pronto, veniva versato in stampi di cartone da un etto che venivano prodotti dagli Artigianelli di Trento; ce ne volevano parecchie centinaia dal momento che da una cotta si potevano ricavare fino a 60 chilogrammi di pece nera. Il pegolòt de la Costa ha continuato a fumare fino al 1958, dopo di che non fu più possibile per Ezio e la sua famiglia reggere il confronto con la diffusione del catrame lavorato con le moderne tecniche, e così la produzione tradizionale dovette per forza di cose tramontare. Ancora oggi Ezio Corsetti, quando gli viene chiesto, produce un po’ di pece… non quella nera ma quella bionda; si può produrre direttamente con la resina di abete, con un paiolo, un fornello, un sacco di juta e poco altro; come sia più agevole questo procedimento lo capiamo da come Ezio ci risponde quando glielo chiediamo, ohhh… esclama ridendo. Tutta la famiglia di Ezio Corsetti oggi conosce il suo passato di peciaiolo, segno di come l’importanza e l’impronta che questo mestiere ha lasciato nella sua vita ha superato il tempo, ed è qualcosa che nessuna tecnica industriale costringerà a mettere da parte.

da "L'araba felice"

Proverbi e massime



Proverbi e massime
‘l matrimoni l’è ‘n bèl castèl: chièche ghè tèr ‘l völ vignìr
fò e chi è fò ‘l völ nar tèr
Chi è sposato vorrebbe non esserlo, chi non è sposato
vorrebbe farlo

A sèt agn s’è pitèi a setanta s’è amò quèi I vecchi sono come i bambini

Chi asègn cacia e folni ména an dè che ‘l gà da rivàr
a disnàr n ‘l riva gnaca a cena
Chi conduce asini e accompagna donne ben difficilmente
sarà puntuale

Chi völ vai, chi nó völ màndoi Chi vuole un lavoro ben fatto deve farselo da sé

Galina che nó bèca ha già becà Se non mangia è perché è già sazio

Nó l’è bèl quel ch’è bèl, l’è bèl quel che piàs La bellezza è soggettiva

Nó sé sa se l’è mèi mantignìr ‘l gat o li sós Non si sa se il rimedio sia peggiore del male

Ó prèst ó tardi sé paga tut Di tutto si deve rispondere prima o poi

Ogni dì sé fa la luna, ogni dì sé n‘mpara una Ogni giorno si impara qualcosa di nuovo

Poarèta che la cà che de vec nó ghén sa Povera quella casa che non ospita vecchi

Pòrco pasù, cerésa amara Quando uno è sazio anche le cose più dolci nonattirano.

Quande ‘l sól ‘l tramonta ‘i asen ‘i sé ‘mpónta Chi si attiva troppo tardi combinerà poco

Quande l’amór ‘l ghè, la gamba la tira ‘l pè L’amore dà la carica

Quande la mèrda la monta ‘n scagn o che la spuza o
che la fa dan
Le persone da poco che assumono cariche importanti
sono scostanti o dannose

Quèl che nó stràngola ‘ngrasa, quèl che nó pica pasa
Una volta ingoiata una cosa non fa male

Sé nó ghé n’é tèr non vè fò Inutile aspettarsi buon senso da chi non ne ha...

Sé tuc i mac i ghès ‘n lampió Gesù Maria che iluminazió!
Sono molti i matti non dichiarati

Tuc bèi quande i nasi, tuc sióri quande i sé marida,
tuc bó quande i möri
Nei momenti fondamentali della vita si valorizzano
solo i lati positivi

Tuti li cimi li scórla Tutti i geni sono un po’ matti

Modi di dire
‘n salàm che töl su tut Ingenuo

Ciapàr ‘na cantonà Sbagliarsi clamorosamente

L’è nanter par de màneghi E’ un’altra questione

No’l sa có törsen giù E’ molto imbarazzato

Nó tè capisi n’aca Non capisci nulla

Nàr a tènder ali galini dei Bindó
Morire (il cimitero è a pochi passi
dal cortile dei Fedrigotti (Bindò)

Pèrderse de spirit Scoraggiarsi

Restàr ‘n braghi de tela Restare senza soldi

Scorlàr ‘ndel mànech Vaneggiare

Te dó ‘n copó Ti do un ceffone

Te sé vignì ‘n den bó mót a stròpi Hai scelto l’interlocutore sbagliato
Tör giù dal pirlo Dissuadere

Volérse bé come ca e gat Odiarsi

Nol gà tuti li fasìni al quèrt E’ matto

Te vègni da la mia… Alla fine mi dai ragione

Darla da ‘ntènder Ingannare

Dàme ‘n tochèt de formài che rispondi
Dammi del formaggio saporito

Scopazarse dal rìder Ridere a crepapelle

La bóca no l’è straca se no la sa de vaca
Il pasto deve essere chiuso dal formaggio

Dàmela tömela Più o meno

Le fabbriche di magnesia


Le fabbriche di magnesia

La fabbrica di magnesia è da inserire fra gli opifici che utilizzavano l’acqua e il fuoco come fonte di energia e forza lavoro; la fabbrica, come il nome suggerisce, serviva a produrre magnesia, adoperata poi come digestivo e purgativo. Questa sostanza veniva ricavata dalla frantumazione della roccia dolomitica ed era prodotta da un macchinario alimentato dalla forza motrice dell’acqua attraverso una ruota come in un mulino. Successivamente la polvere dolomitica veniva calcinata nei forni seguendo un processo industriale a turno continuo simile a quello che avveniva nelle calchere. Nell’intera vallata le fabbriche di magnesia costruite furono quattro: una a Pieve di Ledro, una a Bezzecca ed infine due a Molina. Nel 1845 apre i battenti la fabbrica in località Praisola a Pieve di Ledro, la prima in Europa per la preparazione di magnesia; per farla funzionare in maniera ottimale doveva essere attiva 24 ore su 24. Dopo la morte di Bartolomeo Cassoni nel 1850 la produzione continuò a Pieve fino al 1886 passando di mano. Bernardino Collotta, capo operaio di Cassoni, con Giuseppe Cis e Martino Gigli spostò la produzione nella valle dei Mulini a Bezzecca in località Pesten nel 1857 e poi in paese a Molina di Ledro nel 1900.


l 1928 la fabbrica di Molina venne trasferita sotto il paese. Dal mulino Brighenti fu trasportata una macina di granito adoperata per macinare rocce. L’edificio viene già censito nel Catasto Teresiano del 1859 con la destinazione d’uso: casa economica e fucina. Tale opificio cessò di essere utilizzato nel 1973

Le fucine


Le fucine
da "Araba Fenice"

La lavorazione del ferro in val di Ledro, sebbene risalente a tempi antichissimi, assume una organizzazione strutturata almeno a partire dal secolo XV quando il mercato conosce una stagione particolarmente florida nella zona del Garda, aiutato anche dalla strategica collocazione geografica fra la Repubblica di Venezia ed i Ducati di Milano. Lo sviluppo dell’artigianato ferroso in Valle è per certi aspetti “anomalo” poiché, se escludiamo la possibilità dello sfruttamento della forza idrica (il fiume Ponale), non esistevano nella zona miniere ricche di minerali ferrosi e la loro importazione era resa estremamente difficoltosa dall’ostilità dei collegamenti stradali, ma fu ancora una volta il porto del Ponale ad essere la porta d’ingresso principale del territorio ledrense, grazie al quale le ferriere vissero un periodo di intenso sviluppo fra il XVII e XVIII secolo.

I dati catastali tratti dal Protocollo degli Edifizi del 1859 indicano la presenza di ben 27 edifici la cui destinazione d’uso era “fucina”. Se ne potevano trovare 3 nel comune catastale di Barcesino, 15 in quello di Legos, 7 a Molina e 2 a Prè.

Nel 1866 i ledrensi, grazie all’arrivo di alcune decine di operai bresciani, impararono a perfezione la fabbricazione delle “brocche a zappa” con la relativa complessa tecnica; si tratta di un’arte vera e propria, che assumerà sempre maggiore importanza nell’economia della val di Ledro (raggiungendo il suo culmine durante i due conflitti mondiali), un fattore determinante per la rinascita delle attività legate alla lavorazione del ferro.

Nel censimento attuale sono state individuate 31 fucine.


Cassa rurale di Molina


da " Cassa Rurale di Ledro"

Ex Cassa Rurale di Molina

La costituzione di una Cassa Rurale a Molina di Ledro risale al lontano anno 1894, in cui venne fondata la Cassa Rurale "La Vigilianauot", che fu la prima della vallata.
Ne fu principale promotore don Lucillo Sartori, oriundo di Pieve di Ledro, curatore d'anime di Molina e Legos per ben 25 anni. Don Sartori fu un vero pioniere: a lui si deve il sorgere di numerose iniziative sociali ed economiche, che contribuirono a risollevare la valle di Ledro ed in particolare la zona di Molina da uno stato di vero disagio economico.
Per opera dell'infaticabile don Sartori sorsero la Famiglia Cooperativa e la Cooperativa Broccami, senza contare altre opere non trascurabili.
In appoggio ed a sostegno delle istituzioni suddette fu costituita la Cassa Rurale "La Vigiliana", così denominata dal nome del S. Patrono del Paese, cui è titolata anche la Chiesa curaziale.
Formarono la prima Direzione i signori: Presidente: don Lucillo Sartori, Vicepresidente: Luigi Ferrari, Consiglieri: Agostino ins. Risatti, Giuseppe Zecchini, Tito Zecchini
Nella carica di Presidente successero a don Sartori: Camillo Poletti nel 1909 e Faustino Baldessari nel 1911.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, dopo circa 20 anni di attività, la "Vigiliana" per un complesso di circostanze venne messa in liquidazione.
L'assemblea dei soci che ne approvò la liquidazione, votò il giorno 8 dicembre 1914 la costituzione di un ente consimile il "Banco Popolare di Molina – Legos", che assunse il nome di Cassa Rurale ed Artigiana, con l'entrata in vigore del Testo Unico sulle Casse Rurali.
Presiedette l'assemblea costitutiva il rag. Giuseppe Margoni, allora direttore della Federazione.
Curarono la liquidazione della ex-Vigiliana il sig. Pernici Raimondo, esperto amministratore di Riva ed alla sua morte, avvenuta durante la prima guerra mondiale, l'avv. dr. Antonio Stefenelli. La liquidazione si chiuse con un avanzo di Lire 30.000 che vennero passate al Banco Popolare, allora diretto da don Gerolamo Viviani, nominato dal Tribunale di Trento curatore ufficioso.
Si deve allo zelo ed all'interessamento di don Viviani se il Banco operò anche durante il periodo bellico fra i profughi in Boemia.
Don Viviani prima dell'evacuazione totale del paese a causa della guerra fece più copie di tutti i registri, aiutato dallo studente Mario Zecchini . Una copia degli stessi portò con sè in Boemia, dove il sig. Domenico Boccagni , capo comune di Legos, trasferì successivamente la cassa liquida del Banco.
Il Banco potè così operare, accettando depositi e restituzione di prestiti, servendosi della Banca di Boemia e del conto corrente postale Austro- ungarico.
Alla fine della guerra, nel novembre 1918, i documenti furono portati in
patria ed il denaro fu cambiato al 60%.
Nel 1919 con il cambio delle corone in lire il Banco riprese la propria attività a Molina. Don Viviani poteva allora contare sulla collaborazione del cooperatore don Attilio Rosa e dello studente Mario Zecchini, nella cui casa il Banco aveva praticamente sede provvisoria.
Dopo tante traversie felicemente superate, il curatore don Viviani convocò l'assemblea dei soci, diede il resoconto dell'attività svolta in quei difficili anni e volle espressamente non far parte della nuova direzione, pur assicurando alla stessa tutto il suo prezioso appoggio fino alla sua partenza da Molina, avvenuta nel 1932.
La nuova Direzione risultò così composta: Presidente: Rosa Ilario, Consiglieri: Zendri Alfonso, Zecchini Luigi Agostino, Brighenti Giuseppe, Rosa Giuseppe di Giuseppe.
Nella carica di Presidente successero a Rosa Ilario: Zecchini Agostino, Oradini Ettore, Dr. Ing. Enrico Zecchini e rag. Bruno Oradini, Arnoldi Mario, Canali Umberto e Brunialti Moreno.



Cassa rurale di Tiarno


da "Cassa Rurale di Ledro"

Ex Cassa Rurale di Tiarno

La Cassa Rurale di Tiarno venne costituita - ad opera di 11 soci - l'11 aprile 1910 con la denominazione di Cassa Rurale di Prestiti e di Risparmio di Tiarno di Sopra. Venne iscritta all' Imperial Regio Tribunale Circolare di Rovereto in data 29.4.1910, F. 151, Cons. 211.
Essa, come è scritto nel primo statuto sociale, era sorta con il preciso scopo di fornire ai soci denaro necessario per l'esercizio dei loro affari, della loro economia agricola e della loro arte o industria. Con delibera dell'assemblea dei soci del 16 maggio 1910 la Società aderiva alla Federazione dei Consorzi Cooperativi di Trento, ben comprendendo l'importanza dell'unione solidale con tutto il movimento cooperativo della provincia.
La società iniziava l'attività il l° ottobre 1910 accettando un deposito a risparmio di 90 corone. Il primo prestito invece, di 600 corone, veniva concesso in data 2 dicembre dello stesso anno . Alla chiusura dell'esercizio la massa fiduciaria raccolta era di 5.044 corone contro le 3.866 erogate a prestito.
La prima direzione era formata dal presidente don Parisi Viatore, dal Vicepresidente Ribaga Marco, dai consiglieri Bertolotti Costante, Cellana Benedetto, Tiboni Pietro e dai sostituti: Oliari Massimiliano e Cellana Domenico.
Con delibera dell'assemblea dei soci del 19 novembre 1911 veniva allargato il territorio d'attività della Cassa comprendendo il Comune di Tiarno di Sotto. La ragione sociale veniva così modificata in Cassa Rurale di Prestiti e di Risparmio di Tiarno di Sopra e di Sotto, successivamente modificata in Cassa Rurale di Tiarno.
Fin dai primi tempi la Cassa Rurale, come tante altre cooperative, attraversò alterne vicende registrando periodi di prosperità e momenti non sempre facili, fasi di sviluppo e giorni di incertezze. Però, seppe resistere attraverso due guerre mondiali, la dura crisi degli anni intorno al '30, e ricorrenti momenti congiunturali.
Tra i periodi più tristi attraversati dalla Cassa Rurale va ricordato il 1932 quando nelle assemblee del 26 giugno e del 24 luglio venne deliberata dai soci l'assunzione a proprio carico del pagamento in contanti o con sottoscrizione di cambiale avallata, all'interesse del 6,50%, di una quota di L. 3.000 a testa per far fronte a delle perdite connesse con la critica situazione del settore creditizio ed il fallimento di un grosso istituto di credito.
La Cassa Rurale dislocò i suoi uffici dapprima a Tiarno di Sopra, in casa Bertolotti Guido, quindi nella casa comunale fino al trasferimento nella nuova sede nel 1975.
Con la costruzione del nuovo edificio la Società venne dotata di una sede che poteva soddisfare le accresciute esigenze della clientela e favorire una certa espansione della sua attività. La Cassa Rurale, infatti, negli anni '70 era protesa ad accrescere il proprio ruolo nell'ambito dell'economia della vallata, in stretto collegamento con l'intero sistema provinciale del Credito Cooperativo, rappresentato dalla Federazione dei Consorzi Cooperativi, dal Fondo Comune delle Casse Rurali e dalla neo-costituita Cassa Centrale delle Casse Rurali Trentine.
Essa operava in un territorio ristretto - la circoscrizione dei Comuni di Tiarno di Sopra e Sotto, con 1.600 abitanti - e raccoglieva i risparmi dei ceti più modesti, come è dimostrato dal numero e dall'entità delle partite di deposito a risparmio che al 31.12.1974 superavano le 900 posizioni su 1.600 abitanti.
Il credito veniva erogato esclusivamente a favore degli operatori della zona rappresentati prevalentemente da artigiani e piccoli commercianti, agricoltori, aziende alberghiere e dei servizi turistici. In seguito all'evoluzione socio-economica, la Cassa Rurale operò evidentemente anche a favore di tutte le categorie sociali, diventando la "banca di tutti", con preferenza per i piccoli operatori.
I Presidenti che si susseguirono dalla costituzione in poi furono:
don Parisi Viatore, dalla fondazione al 1911, Ribaga Marco dal 1911 al 1914, Mieli Idelfonso dal 1915 al 1948, Bertolotti Pietro dal 1949 al 1951, Oliari Romedio dal 1952 al 1954, Cellana Rodolfo dal 1954 al 1957, Oliari Romedio dal 1957 al 1970, Cellana Renzo dal 1971 alla fusione.
La Cassa Rurale di Tiarno ha cessato di esistere il giorno maggio 1990, giorno della fusione con la consorella Cassa Rurale di Bezzecca, dando vita alla CASSA RURALE DELLA VALLE DI LEDRO.
Anche per la Cassa Rurale di Tiarno riportiamo alcuni dati statistici a dimostrazione dell’espansione avuta durante la sua attività:
La Cassa Rurale di Tiarno venne costituita - ad opera di 11 soci - l'11 aprile 1910 con la denominazione di Cassa Rurale di Prestiti e di Risparmio di Tiarno di Sopra. Venne iscritta all' Imperial Regio Tribunale Circolare di Rovereto in data 29.4.1910, F. 151, Cons. 211.
Essa, come è scritto nel primo statuto sociale, era sorta con il preciso scopo di fornire ai soci denaro necessario per l'esercizio dei loro affari, della loro economia agricola e della loro arte o industria. Con delibera dell'assemblea dei soci del 16 maggio 1910 la Società aderiva alla Federazione dei Consorzi Cooperativi di Trento, ben comprendendo l'importanza dell'unione solidale con tutto il movimento cooperativo della provincia.
La società iniziava l'attività il l° ottobre 1910 accettando un deposito a risparmio di 90 corone. Il primo prestito invece, di 600 corone, veniva concesso in data 2 dicembre dello stesso anno . Alla chiusura dell'esercizio la massa fiduciaria raccolta era di 5.044 corone contro le 3.866 erogate a prestito.
La prima direzione era formata dal presidente don Parisi Viatore, dal Vicepresidente Ribaga Marco, dai consiglieri Bertolotti Costante, Cellana Benedetto, Tiboni Pietro e dai sostituti: Oliari Massimiliano e Cellana Domenico.
Con delibera dell'assemblea dei soci del 19 novembre 1911 veniva allargato il territorio d'attività della Cassa comprendendo il Comune di Tiarno di Sotto. La ragione sociale veniva così modificata in Cassa Rurale di Prestiti e di Risparmio di Tiarno di Sopra e di Sotto, successivamente modificata in Cassa Rurale di Tiarno.
Fin dai primi tempi la Cassa Rurale, come tante altre cooperative, attraversò alterne vicende registrando periodi di prosperità e momenti non sempre facili, fasi di sviluppo e giorni di incertezze. Però, seppe resistere attraverso due guerre mondiali, la dura crisi degli anni intorno al '30, e ricorrenti momenti congiunturali.
Tra i periodi più tristi attraversati dalla Cassa Rurale va ricordato il 1932 quando nelle assemblee del 26 giugno e del 24 luglio venne deliberata dai soci l'assunzione a proprio carico del pagamento in contanti o con sottoscrizione di cambiale avallata, all'interesse del 6,50%, di una quota di L. 3.000 a testa per far fronte a delle perdite connesse con la critica situazione del settore creditizio ed il fallimento di un grosso istituto di credito.
La Cassa Rurale dislocò i suoi uffici dapprima a Tiarno di Sopra, in casa Bertolotti Guido, quindi nella casa comunale fino al trasferimento nella nuova sede nel 1975.
Con la costruzione del nuovo edificio la Società venne dotata di una sede che poteva soddisfare le accresciute esigenze della clientela e favorire una certa espansione della sua attività. La Cassa Rurale, infatti, negli anni '70 era protesa ad accrescere il proprio ruolo nell'ambito dell'economia della vallata, in stretto collegamento con l'intero sistema provinciale del Credito Cooperativo, rappresentato dalla Federazione dei Consorzi Cooperativi, dal Fondo Comune delle Casse Rurali e dalla neo-costituita Cassa Centrale delle Casse Rurali Trentine.
Essa operava in un territorio ristretto - la circoscrizione dei Comuni di Tiarno di Sopra e Sotto, con 1.600 abitanti - e raccoglieva i risparmi dei ceti più modesti, come è dimostrato dal numero e dall'entità delle partite di deposito a risparmio che al 31.12.1974 superavano le 900 posizioni su 1.600 abitanti.
Il credito veniva erogato esclusivamente a favore degli operatori della zona rappresentati prevalentemente da artigiani e piccoli commercianti, agricoltori, aziende alberghiere e dei servizi turistici. In seguito all'evoluzione socio-economica, la Cassa Rurale operò evidentemente anche a favore di tutte le categorie sociali, diventando la "banca di tutti", con preferenza per i piccoli operatori.
I Presidenti che si susseguirono dalla costituzione in poi furono:
don Parisi Viatore, dalla fondazione al 1911, Ribaga Marco dal 1911 al 1914, Mieli Idelfonso dal 1915 al 1948, Bertolotti Pietro dal 1949 al 1951, Oliari Romedio dal 1952 al 1954, Cellana Rodolfo dal 1954 al 1957, Oliari Romedio dal 1957 al 1970, Cellana Renzo dal 1971 alla fusione.
La Cassa Rurale di Tiarno ha cessato di esistere il giorno maggio 1990, giorno della fusione con la consorella Cassa Rurale di Bezzecca, dando vita alla CASSA RURALE DELLA VALLE DI LEDRO.


Cassa Rurale di Ledro


da "Cassa Rurale di Ledro"

Ex Cassa Rurale di Bezzecca

Il primo statuto della Cassa Rurale riportava quanto segue: "è costituita coll'atto presente a tempo indeterminato una società - Consorzio Registrato a garanzia illimitata - colla denominazione: Cassa Rurale Cattolica di Prestito e Risparmio - Consorzio Economico Registrato a garanzia in Enguiso. La Società ha lo scopo di migliorare le condizioni economiche e per questo mezzo le condizioni religioso-morali dei propri soci". La data di costituzione risulta essere il 26 febbraio 1903; la registrazione presso il tribunale di Rovereto porta la data del 20 marzo 1903. La prima direzione risultava formata dai seguenti membri: Rev. don Emanule Marini - presidente, don Luigi Omezzoli - vicepresidente, Coali Virgilio, Zoina Píetro - consigliere, Segalla Isidoro - consigliere, Brigà Giuseppe – consigliere. Al momento della fondazione i soci aderenti erano 43. La gestione dei primi mesi venne affidata allo stesso Presidente don Marini, fino alla convocazione della prima Assemblea Generale dei Soci, che si tenne nel 1904 ed elesse a Presidente il Sig. Brigà Giuseppe. Sempre dal 1904 la gestione contabile venne assolta dal consigliere Silvestri Angelo. La prima sede della Cassa Rurale era situata presso l'abitazione del Presidente, Signor Brigà Giuseppe. Fino all'anno 1913, cioè alla vigilia della prima guerra mondiale, l'attività della Cassa non presenta dati di rilevante importanza se non un lento ma positivo sviluppo, considerata la situazione economica del tempo. La guerra provocò l'interruzione dell'attività della Cassa. Risulta infatti dalla pubblicazione del 50° quanto segue: "Il conflitto mondiale, l'esilio delle nostre genti nei campi di concentramento e nella lontana Boemia, costrinse ad una forzata sospensione di ogni attività, anche della Cassa Rurale". Dopo la guerra, seppure tra notevoli difficoltà, riprese l'opera del nostro ente cooperativo. L'Assemblea dei Soci del 1922 elesse come nuovo Presidente il Sig. Silvestri Pietro, e venne chiamato a coprire il posto di contabile il Sig. Brigà Giuseppe. Alterne vicende caratterizzano la vita della Cassa Rurale nel periodo fra le due guerre, pur avendo un soddisfacente andamento economico. In tale periodo è doveroso ricordare l'anno 1933: in quell'anno, infatti, proprio quando si era aperto uno spiraglio verso il miglioramento della situazione, improvvisamente l'organizzazione delle Casse Rurali venne a trovarsi di fronte ad una durissima prova. Nel mese di giugno si abbatteva sul paese il crollo del maggiore istituto bancario locale, la Banca del Trentino e Alto Adige il quale aveva esteso ramificazioni in tutte le vallate e, per la sua preminente posizione nel settore creditizio, accentrava notevoli interessi. Il grave dissesto finanziario coinvolse quasi tutte le Casse Rurali. Anche il nostro Istituto risentì in modo particolare di questa situazione: i soci si ridussero notevolmente, la fiducia dei risparmiatori si sminuì con un corrispondente calo di depositi. La Cassa comunque reagì con energia a questa situazione, affidandosi soprattutto alla capacità e tenacia dei suoi amministratori e alla fiducia dei soci rimasti fedeli; nel volgere di breve tempo l'attività riprese al meglio. Con l'assemblea straordinaria del 1936 si deliberò il trasferimento della sede da Enguiso a Bezzecca; dove si prospettava per l'istituto maggior possibilità di sviluppo in quanto le altre Banche, qui, avevano chiuso i loro sportelli a causa della crisi del 1933. La scelta fu favorita inoltre dal fatto che nel Comune di Bezzecca vennero riuniti dall'amministrazione fascista i tre Comuni di Bezzecca, Concei e Pieve di Ledro. Non si erano ancora rimarginate del tutto le ferite della crisi che già si affacciava lo spettro della seconda guerra mondiale, che però questa volta non creò gravi dissesti sulla nostra Valle come la prima. Dopo la guerra l'attività riprese subito e con maggior vigore. Dal 1953 in poi l’attività della Cassa Rurale è stata caratterizzata da una continua e costante crescita che ha permesso di raggiungere gli attuali livelli di solidità, sicurezza e fiducia. Essa ha operato sempre nello spirito dello Statuto che all'articolo uno "degli scopi", così recita, "Di migliorare le condizioni morali ed economiche dei propri soci, favorendo la formazione del risparmio ed esercitando il credito prevalentemente a favore dell'agricoltura e dell'artigianato". Evento significativo di questo periodo è sicuramente la realizzazione della nuova sede voluta dai soci per volontà espressa nell’assemblea del 1971 e realizzata dagli amministratori nell’anno 1977. L'edificio, che porta la firma dell'architetto Priori, concepito architettonicamente in una forma moderna offre garanzia di funzionalità tale da assicurare lo snellimento di tutte le operazioni alle quali è chiamato l'Istituto. L'ampio salone per il pubblico ne è una valida testimonianza assieme alla nuova camera corazzata per il denaro e per le cassette di sicurezza ed ai locali per il consiglio e per gli affari notarili. Alla presidenza della Cassa Rurale abbiamo avuto: dal 1953 al 1960 Oradini Arturo, dal 1961 al 1990 Foletto dott. Achille Dal 1978 fino al giorno della fusione la Cassa Rurale di Bezzecca ha continuato in modo esponenziale la sua opera di ampliamento raggiungendo dei livelli di competitività fino a qualche decennio prima impensati.