domenica 1 maggio 2016

Salute e ambiente di lavoro

L'intervento del Sindaco di Molina di Ledro sul caso Collotta-Cis al convegno “Salute e ambiente di lavoro”:
COSI' AGNESE ROSA RIPERCORRE IL PERIODO DELLA SOFFERENZA
(pubblicato dall' "Alto Adige" il 6 giugno 1984)
RIVA DEL GARDA - Nel corso della recente giornata di studio su “Salute e Ambiente di lavoro”, iniziativa svoltasi al casinò municipale di Arco su organizzazione del sindacato CGIL-CISL-UIL, in collaborazione con il servizio provinciale di medicina del lavoro, il sindaco di Molina di Ledro, Agnese Rosa, ha tenuto una relazione molto interessante sul caso della Collotta-Cis. Accorato e particolarmente sofferto, l’intervento del sindaco di Molina si presenta molto importante anche per la serie di suggerimenti offerti in merito alla bonifica del vecchio stabilimento di Molina di Ledro, chiuso dopo le note vicende.
“Ogni qualvolta il discorso cade sulla ex fabbrica Collotta-Cis, si evoca nel mio spirito il mondo lontano della mia fanciullezza, rivive, sempre nitido, un quadro di ombre e di sfumature, che si mantiene sempre chiaro per le impressioni penose e profonde, sofferte allora, e rimaste incise per sempre nella mia sensibilità. Sono sguardi di sgomento, sono frasi appena sussurrate, permeate di sofferenza rassegnata, sono gesti che preannunciavano situazioni tragiche, che nel tempo trovavano regolarmente una conferma.
“La fabbrica è malsana”. – “Hai visto Vittore, che faccia gialla, che magrezza; ne ha ancora per poco!” – “E Tino, rattrappito dai dolori e immobilizzato sulla sua sedia! E Aldo con tutte quelle pleuriti”. Erano le frasi che i grandi si scambiavano, tra un sospiro doloroso e l’altro; ma che io carpivo avidamente, con un profondo senso di emozione. E guardavo il viso giallo di Vittore, scavato dalla fatica e dal male occulto, che gli scavava dentro.
Così ascoltavo le amichette che, con occhi stralunati, parlavano dei loro papà, ai quali portavano la cena in fabbrica, li vedevano emergere grondanti di sudore, dalla fitta nebbia dei forni, dove il calore era infernale, per uscire a torso nudo, carichi di materiale da depositare fuori; li osservavano uscire e rientrare in continuità, passando, senza alcun riparo, da un ambiente infuocato alle correnti esterne, sempre fortissime e fredde. E tutta quella polvere, così fitta da non potersi riconoscere a un metro di distanza, sotto quel tristemente famoso “bait”, dove si segavano le coppelle di amianto, tra rumori assordanti e correnti d’aria terribili.
Erano quelli anni di fame
Erano quelli anni di fame; di grande fame; durante i quali la valle, stremata dalla miseria, viveva di emigrazione. Le famiglie, appena costituite, si disfacevano, perché gli uomini dovevano cercare all’estero, nelle miniere delle lontane Americhe, quel sostentamento che in valle mancava. Tornavano vecchi, ridotti ad ombre, col piccolo gruzzolo che assicurava la vecchiaia. E in quei tempi di miseria paurosa, la fabbrica Collotta-Cis rappresentava una fortuna davvero incredibile, e coloro che potevano arrivarvi, magari attraverso speciali raccomandazioni, potevano dirsi ultrafortunati! Anche se poi, disagi, sofferenze, fatiche in un ambiente disumano, vessazioni, ricatti, intimidazioni, pagamenti estremamente ritardati, trasformavano in breve i lavoratori in poveri esseri abulici, passivi e sottomessi come un branco di schiavi, pena il licenziamento: com’era accaduto a quei 24 operai, che al primo tentativo di sciopero si erano ritrovati licenziati dalla sera alla mattina, come a quell’operaio che, ridotto alla disperazione, aveva osato chiedere un acconto e aveva perduto il lavoro a causa di un alterco.
Poi avevo visto le mie giovani amiche, che lavoravano in fabbrica, morire una dopo l’altra, di tumore: Anna, che lasciava 4 bambini e che vidi morire tra dolori strazianti. Carmen, Bruna, che lasciava un bambino e si spegneva dopo anni di lotte e di sofferenze atroci. Ma queste morti precoci, che ci lasciavano costernati e ci riempivano di dubbi che ci facevano risalire alle cause ambientali, non ci lasciavano supporre una causa diretta da ricercarsi nel materiale che veniva manipolato con assoluta tranquillità; non si sapeva di manipolare la propria morte con estrema spensieratezza, rifiutando anche la mascherina perché dava fastidio.
Intanto, lo stato di degrado ambientale scendeva a livelli sempre più bassi, senza che nulla mai venisse sperimentato o creato per un miglioramento benché minimo. A poco a poco la fabbrica decadde dal concetto primitivo e cominciò a farsi strada l’idea che troppi gaudenti, inetti e poltroni, volessero vivere sulle braccia dei lavoratori; finché, in un rigido mattino di gennaio del 1978 i lavoratori trovarono sbarrati i cancelli di accesso alla fabbrica.
Il trattamento brutale fece scattare finalmente gli operai, che montarono la guardia e strinsero d’assedio la fabbrica. In quell’occasione, l’Amministrazione comunale di Molina si schierò dalla parte dei lavoratori, li difese da tutte le angherie messe in opera contro di loro, li sostenne giorno e notte, li stimolò continuamente a resistere, finché, dopo mesi e mesi di lotta, vennero loro pagate tutte le mensilità arretrate e anche la liquidazione. Per quel momento era già pronto per i 23 disoccupati della Collotta-Cis, il piano d’intervento della Provincia, sollecitata allo scopo dal Comune di Molina, e tutti vennero assunti in un programma di forestazione, nel quale alcuni permangono ancora.
A prezzo di sofferenze inaudite
Finì così, nel più triste dei modi, quello squallido mondo di lavoro, che aveva dato un pane alla nostra gente, chiedendo come contropartita un prezzo paradossale di sofferenze inaudite e di morti precoci. Su quel mondo si stese il velo del silenzio e dell’oblio, finché un giovane medico ebbe il coraggio di lacerare quel velo, di sondare l’ambiente, di ricercare, di studiare e di mettere finalmente le mani sopra la materia terribile, responsabile di tante morti premature, di tante e tante malattie mai prima riconosciute: l’amianto, la fibra che per anni e anni era sempre stata lavorata e manipolata con tanta incoscienza con estrema superficialità, non conoscendone gli effetti funesti.
E’ merito del dottor Giuseppe Parolari essere penetrato di prepotenza nel mondo oscuro di una lavorazione ritenuta per anni innocua e di avere dato l’allarme; il suo grido d’allarme non si fermò davanti alla minaccia di denunce e di reali denunce che subì per le sue diagnosi, ritenute in un primo momento semplicemente diffamatorie. Per le sue ricerche, sostenute dall’appassionata sensibilità di studioso preparato e coscienzioso, s’è potuto finalmente svelare il mistero delle morti precoci, delle forme tumorali, polmonari e circolatorie, e si è corsi immediatamente ai ripari; e l’asbestosi è diventata purtroppo una parola terribilmente nota.
E’ la risposta a tutti quei “perché”, pieni d’angoscia indicibile, che captavo in un tempo ormai tanto lontano, negli occhi, nelle parole, nei gesti dei grandi, e che si erano incisi per sempre nel mio spirito. E forse sono state proprio queste emozioni penose a far scattare di prepotenza in me, il senso della responsabilità fortissima, che ritengo debba essere alla base della coscienza d’un amministratore, il quale non può non sentirsi pienamente coinvolto nei problemi vitali dei suoi censiti; quali il lavoro, la salute, l’ambiente.
Ho dato al dottor Parolari tutta la mia disponibilità nel tentativo di facilitare quell’opera che ha svolto sulle macerie di un mondo del lavoro per salvare ciò che ancora era salvabile. Abbiamo ricercato insieme tutti gli ex lavoratori della Collotta-Cis, per accertare in essi la presenza dell’asbestosi, mediante visite accuratissime, e per assicurare loro la rendita della pensione prevista per le malattie professionali. Siamo subito intervenuti anche sull’ambiente, per liberarlo dai residui dell’amianto.
Trovarsi nel regno delle ombre
Quando, insieme a lui, sono entrata per la prima volta nel mondo della ex fabbrica Collotta-Cis, ho avuto l’impressione sinistra di trovarmi nel regno delle ombre. Un labirinto di corridoi oscuri, di cunicoli sotterranei, dove l’aria e il sole non erano entrati mai e i piani superiori, aperti a tutte le correnti. Ovunque sfacelo e desolazione; questo era stato il mondo di lavoro della nostra gente. Come primo intervento abbiamo rimosso i cumuli di amianto che ancora vi si trovavano, servendoci di maschere e di tute speciali. L’amianto fu raccolto in sacchi robusti di nailon. Ora resta però tutto un ambiente da bonificare; bonifica, che solo l’Ente pubblico potrà realizzare con mezzi che il Comune non può trovare. Occorrerà asportare accuratamente i residui di amianto, tenacemente abbarbicati sull’orditura lignea dei tetti, sugli assiti, sui tavolati, sui pavimenti, mentre le parti murarie verranno intonacate.
Sarà necessario un intervento particolare di bonifica sulla discarica. Da tempo l’Unità sanitaria locale s’è prefissa il problema d’una bonifica integrale dell’ambiente dell’ex fabbrica Collotta-Cis. Ha richiesto l’intervento di un geologo della Provincia, che ha già individuato tutti gli interventi da effettuare. Nei mesi prossimi ci aspetta tutto un programma di opere da eseguire. Dovrà essere un lavoro meticoloso, come si può arguire dagli intendimenti dell’ente, lavoro che l’Amministrazione comunale di Molina seguirà con tutto l’interesse, passo su passo, al fine di bonificare radicalmente, integralmente, redimendolo, un ambiente, dallo stato del più avvilente degrado in cui s’è venuto a trovare.
Scomparirà così un mondo squallido e desolante, nel quale per troppi anni la nostra gente ha pagato un tributo durissimo, incommensurabile di sofferenza e di morte, per un pezzo di pane e per il quale, ora, l’Ente pubblico pagherà un tributo assai pesante per la sua bonifica. Ci resta solo la speranza consolante che là, in un domani non lontano, possa rifiorire la realtà nuova di un lavoro adeguato alla dignità dell’uomo.”
Agnese Rosa,
Sindaco di Molina di Ledro
Molina di Ledro, maggio 1984


Giancarlo Colò (1778-1844)




un pò di storia nostra;

Giancarlo Colò (1778-1844): aspetti biografici
di Antonio Carlini

La famiglia Colò

La famiglia Colò è originaria della Valle di Ledro, dove la sua presenza è documentata a partire almeno dal 1586. Colò è diminutivo di Nicolò, come si chiamava probabilmente il capostipite, ma l’etimo rimanda anche a una località della valle, dove fino al XIX secolo erano attivi due forni fusori per il ferro. Una serie di atti notarili, rogati da Lorenzo Guella e Domenico Clemente Risatti fra 1751 e 1809, citano i Colò come protagonisti della vita economica a Molina, Pieve di Ledro e Riva del Garda, dove a metà Settecento si era trasferito un ramo della famiglia. Uno di questi documenti, datato 25 ottobre 1806 (vergato in «Casa Colò di sopra in Molina di Ledro»), attribuisce la qualifica di dottore a un Massimiliano Colò, mentre chiama “nobili” i suoi figli Angelo e Giovanni Battista (tenente maggiore). Effettivamente la famiglia Colò era benestante e possedeva rendite consistenti. Almeno tre componenti il casato, fra XVIII e XIX secolo, esercitavano la professione di notai – Colò Massimiliano da Molina di Ledro (1785-1795: Giudizio di Molina di Ledro), Colò Pietro Antonio da Riva (1802-1817: Giudizio di Riva) e Colò Antonio di Riva (1790: Giudizio di Riva) –, mentre altri sei membri – Colò Antonio da Preore (1811-1870), Colò Bartolomeo da Biacesa (1721-1795), Colò Giacomo da Molina di Ledro (1740-1805), Colò Giovanni Battista da Riva (1731-1795), Colò Giovanni Paolo da Biacesa (1772-1840) e Colò Giuseppe (1718-1764) – erano sacerdoti.
Nel 1759 i Colò avevano ricevuto la nobiltà vescovile dal principe-vescovo Francesco Felice Alberti d’Enno pagando, probabilmente, le prescritte tasse fissate dal costume del tempo.4 Massimiliano si era poi laureato in giurisprudenza all’Università di Salisburgo e come dottore in legge, nel 1777, firmava gli Ordini della Valle di Ledro: «Io Massimiliano Colò delle LL. Dot., e Not. […] ho scritto», sottoscritti anche da un Angelo fu Giovanni Colò «Console di Molina»; lo stesso anno «Antonio Colò di Biaseza» confermava, assieme ad altri, gli Statuti della Valle.
Studente a Salisburgo – dal 1800 al 1807, iscritto gratuitamente al Collegio Rupertinum come appartenente alla nobiltà minore – fu anche il figlio di Massimiliano Angelo, [7] successivamente autore di un interessante opuscolo a sfondo musicale (Prodromo sull’azione salutare del magnetismo animale e della musica, ossia, Ragguaglio di tre interessanti guarigioni ultimamente ottenute col mezzo del magnetismo animale e della musica) edito a Bologna da Lucchesini nel 1815. [8] Nel segno probabile dell’arte correva pure, ad inizio Ottocento, l’amicizia fra un non meglio specificato Colò, «impiegato», e il celebre poeta nato a Molina di Ledro Andrea Maffei: tale Colò, infatti, veniva chiamato dal Maffei quale testimone al proprio matrimonio con la contessa Clara, nozze celebrate a Milano il 10 marzo 1832. [9] La vena musicale nei Colò scorrerà ancora in Val di Ledro: il 16 gennaio 1891 all’età di 73 anni moriva infatti Antonio Colò, «detto dall’Organo pel fatto ch’egli per molti anni fu l’organista in alcune chiese della Valle ledrense», suonatore anche di violino e ocarina. La sua passione e abilità per il pianoforte veniva trasmessa ai figli Santo, Nicola e Maria.

La piazza di Riva - Litografia su disegno di Basilio Armania praticare l’arte già a Riva del Garda, dove c’era un maestro organista in servizio presso la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta che si prestava anche a lezioni private. [11] Ai primi rudimenti in loco, il giovane Colò aggiungeva presto studi più approfonditi a Salisburgo e quindi a Vienna, meta obbligata per i centri dipendenti dal vecchio Principato di Trento, i cui collegi accoglievano al tempo i rampolli di molte famiglie nobili trentine. Filosofia, matematica e musica diventavano i principali interessi di Giancarlo a Salisburgo, dove frequentava i primi gradi delle scuole umanistiche fino ai 16 anni. Nel 1793 si spostava a Vienna. forse al seguito di un parente o per perfezionare gli studi musicali in una capitale frequentata da una consistente comunità di trentini; tra cui anche ottimi musicisti come il banchiere Giuseppe Antonio Bridi, amico di Mozart. Certamente la musica doveva giocare già un ruolo importante nella vita di Giancarlo Colò se, probabilmente attraverso la presentazione di qualche illustre personaggio, veniva ammesso alla prestigiosa scuola del celebre contrappuntista Johann Georg Albrechtsberger, insegnante di Ludwig van Beethoven e tra i più insigni didatti dell’Ottocento in Europa.
Il Colò si avvicinava così ai metodi compilati da Johann Joseph Fux e Giuseppe Tartini, perfezionava il pianoforte, l’organo, il violino e la composizione completando la propria formazione teorica. Cominciava anche a lavorare, dando soprattutto lezioni private di musica e scrivendo variazioni brillanti, sonate, danze e pagine cameristiche, che, a partire dal 1804, venivano regolarmente pubblicate dagli editori più importanti della città, Cappi e Weigl. Il Colò entrava dunque a far parte di quel fervido mondo musicale che, con i grandi nomi di Haydn, Mozart, Beethoven, Strauss, Liszt, Hummel, rendeva Vienna una capitale mondiale della musica. Alla costruzione di quel particolare gusto salottiero del fare musica identificativo della borghesia viennese di primo Ottocento, il Colò contribuiva con le sue opere, ma anche con l’insegnamento impartito alle belle fanciulle come a veri e propri concertisti, come il mandolinista Bartolomeo Bortolazzi nato nel 1772 a Toscolano Maderno, paese sulla sponda occidentale del lago di Garda a poca distanza da Riva. Una frequentazione che conferma come a Vienna “i trentini” o “gli italiani” facessero in un certo senso gruppo, aiutandosi e ricercandosi a vicenda. Nel caso specifico inoltre il Bortolazzi aveva sposato una certa Margherita Leonardi, il cui cognome rimanda ad una famiglia probabilmente trentina se non rivana. Il rapporto tra i due fu molto proficuo per il mandolinista, talentoso ma assolutamente ignorante, dal Colò trasformato nel creativo virtuoso poi lodato dai giornali più autorevoli di Londra, Dresda, Lipsia e Berlino; ammirato per le composizioni davvero numerose pubblicate in tutta Europa e ricercato da musicisti, come Hummel, che gli dedicò il suo Concerto per mandolino e orchestra.
Non conosciamo la data precisa di rientro in patria del maestro Colò. Dal suo necrologio, pubblicato sul «Messaggiere tirolese» nel 1844 e compilato da Antonio Micheletti o Antonio Musch, entrambi suoi allievi, risulta che Colò avesse deciso di abbandonare Vienna, attorno al 1810, perché sopraffatto dalla nostalgia. Il rientro a casa fu segnato subito da non meglio precisate «prove acerbe», «sventure» e «durissime circostanze». Trovò lavoro a Rovereto, dove pur non esistendo ancora una vera e propria Società Filarmonica, era attivo un gruppo di dilettanti che si prestava per balli, accademie, spettacoli teatrali e cerimonie religiose all’interno soprattutto del Casino dei nobili. Pur operando a Rovereto nel 1813, Colò era conosciuto a Trento, tanto da ricevere nel mese di giugno la nomina a maestro di Cappella della Cattedrale, subentrando a Francesco Antonio Berera appena scomparso; un incarico che sottintendeva preparazione e curriculum di assoluto prestigio. Ma il Colò rinunciava, fermato probabilmente da quelle «durissime circostanze» – problemi o di salute o di famiglia – ricordate nel suo necrologio, salvo riprendere il lavoro, due anni dopo, nel 1815, a Trento quale insegnante di Canto nell’appena ricostituita Scuola Filarmonica. La nomina ufficiale a maestro di Cappella del Duomo di Trento gli veniva rinnovata il 31 maggio del 1823: Giancarlo Colò mantenne tale incarico fino alla morte sopraggiunta il 9 dicembre 1844 nella casa d’abitazione (di proprietà dei Crosina) in Piazza delle Erbe, dove viveva con la moglie Marianna.
Non furono anni sereni gli ultimi del Colò, che moriva «gravato di debiti, e privo di mezzi per sanarli»; i suoi creditori furono comunque soddisfatti grazie ad una decisione del Vescovo che destinava loro l’intero salario dovuto all’organista per il 1845, favorito in «questa opera di carità» dalla supplenza gratuita di don Antonio Musch.

Attività artistica

Giancarlo Colò, compositore, esecutore (all’organo, al pianoforte e alla viola) e insegnante, riassume i caratteri tipici del musicista d’inizio Ottocento, protagonista di un mercato ancora in bilico fra libera imprenditorialità e antico mecenatismo. Nella moderna e consumistica città di Vienna, il Colò non esitava a pubblicare, presso gli editori Cappi e Weigl, diverse pagine pianistiche nello stile leggero, comunicativo, brillante e un po’ frivolo del tempo per conquistare il favore della ricca clientela disposta a investire denaro nelle lezioni private. Nella più austera città di Trento, ormai sicuro della propria posizione professionale, si concentrava maggiormente sull’insegnamento pubblico, dedicandosi alla composizione solo per obbligo contrattuale e quindi indirizzando la propria creatività al settore della musica liturgica. Le partiture rimaste, solo manoscritte in quanto destinate non ad un mercato ma all’uso locale della Cappella, comprendono Litanie, Versetti, Salmi, Messe e un Ecce sacerdos magnus per la presa di possesso del Vescovo Francesco Saverio Luschin (1824). Considerandone le qualità estetiche, alla sua morte, la stampa trovava motivo per definire lo stile del musicista un’arte «che sdegna ogni solletico, ma si fa modello al grandioso». [16]

Assai più amato della composizione fu sicuramente il momento esecutivo, mai tralasciato nella sua vita. Le cronache ci restituiscono una prima immagine del ‘pianista’ Giancarlo Colò il 19 maggio 1816, impegnato al Teatro Grande di Rovereto (l’attuale Teatro Zandonai) con il fagottista Giovanni Schumaz per l’esecuzione delle Variazioni, Adagio e Rondò per fagotto e fortepiano di Valesi. [17] Qualche mese dopo, il 29 ottobre, nella chiesa di Santa Maria Maggiore alle 6½ di mattina, accompagnava all’organo con «varie scelte suonate» la santa messa, celebrata per l’imperatore in visita nella città di Trento. La sua perizia nel settore organistico veniva più volte sfruttata per il collaudo di nuovi manufatti o restauri: così l’8 dicembre 1829 con Davide Urmacher firmava il collaudo dell’organo di Mezzolombardo [18] e il 31 ottobre 1830 con Damiano Damiani il ricostituito organo di Santa Maria Maggiore in Trento. La stabilità dell’impiego quale insegnante e Maestro di Cappella lo obbligava, a partire dal 1824, ad un servizio continuativo e spesso gratuito nell’orchestra della Filarmonica e del Teatro. Qui imbracciava preferibilmente la più rara viola, già utilizzata a Rovereto il 14 e 15 ottobre 1822 nella rappresentazione dell’oratorio L’Ombra di Samuele di Giuseppe Aloisi. Dal 1824 al 1834 era regolarmente stipendiato quale prima viola nelle stagioni liriche e veglioni del Teatro Mazzurana, affrontando le partiture di maggior successo di Rossini, Mercadante, Generali, ecc. Più partecipato fu l’impegno didattico, esercitato nella Scuola promossa dalla Filarmonica: assunto dal 1815 al 1844, il Colò insegnava per dieci mesi due ore tutti i giorni feriali canto e solfeggio per un compenso di 160 fiorini all’anno; doveva inoltre prestarsi gratuitamente con il violino o la viola nell’orchestra dell’Istituto durante le accademie, facendosi invece pagare per i balletti e le feste da ballo. Interessante l’opinione espressa il 25 aprile 1839 sullo sviluppo della classe di canto possibile, secondo il maestro, solo a fronte del massimo e libero accesso alla scuola aperta anche alle donne, condizionando quindi la selezione qualitativa a un lungo periodo di prova. Accanto all’insegnamento pubblico il Colò esercitò pure quello privato, esteso soprattutto alle famiglie della nobiltà trentina: il suo metodo, molto pragmatico, prevedeva la considerazione diretta del repertorio programmato dal Teatro Mazzurana, come dimostra la documentazione relativa al suo allievo Bortolo Cloz.
Con la scomparsa di Giancarlo Colò nel 1844 si chiudeva anche un periodo culturale preciso per la musica trentina: da quella data i maestri di musica non si formeranno più a Nord, nelle terre di cultura tedesca, ma a Sud, nel paese del melodramma, contribuendo a diffondere una cultura prevalentemente italiana.

spero interessi a qualcuno....

giovedì 27 febbraio 2014

Centrali elettriche


Il "balletto"  delle Centrali   Elettriche

1895. Entra  in funzione   La Centrale  Elettrica  di Riva alla Gora  del Ponale, Ia linea elet trica  corre  lungo   la strada   del  Ponale.  Il 28 novembre   1895 viene  illuminata   la  piazza Benacense  ( ora Piazza  III  Novembre).
23 maggio  1899. Don Lucillo Sartori curato di Molina  di Ledro fa richiesta  al  Municipio
di Riva per  una concessione  d'energia elettrica  alla Valle di Ledro. Non venne  raggiunto alcun accordo.

1900. Si costituisce  iI Consorzio  Elettrico  Ledrense  con sede a Molina.  II  presidente   Don Lucillo  Sartori  commissiona   un  progetto   per  una  centrale   idroelettrica.   La forza  d'acqua parte  da quota  655 (livello del lago di Ledro),  per scendere a   quota  579 con un salto  di 76 metri, sotto  la Fabbrica  della  Magnesia.  Questo  impianto,   mai realizzato,  viene denominato Centrale  Elettrica di Molina.
22 aprile 1900. La Comunita della Valle dei Concei delibera la costruzione  di un impian-
to idroelettrico  da  situarsi  nella  Valle dei Molini.  Da  incarico  all'ing.  Pietro  Tosana  di ela- borare  il  progetto  che viene presentato   il 12 settembre  1901, modificato  rispetto  a quello  originale  per la richiesta di allacciamento idroelettrico  del Comune di Bezzecca,
1901. Il Municipio  di Rovereto  delibera  di potenziare la forza elettrica  della città con  la costruzione   di una  nuova  Centrale  Elettrica nel territorio  del Comune  di Biacesa. La forza d’acqua  partirebbe  da quota  579 a quota  267 con un salto di 265 metri;  una condotta  idrauIica partendo  dalla presa d’acqua  prevista  per la Centrale di Molina, seguendo   in lieve pendenza il versante sud della Bassa Valle per una lunghezza di circa 4 Km, si allaccerebbe alla condotta  forzata sita a 255 metri sulla perpendicolare   della Centrale  di Biacesa,  Don Lucillo Sartori,  accantona il progetto   per una  Centrale  Elettrica  a Molina  e chiede  l'allacciamento elettrico per tutta la Valle.
24 gennaio   1902. Il Municipio  di Rovereto  offre al Consorzio  Elettrico  Ledrense  500 kw della  costruenda    Centrale  di  Biacesa. Non c'è concordanza  tra tutti i Comuni   di  Ledro; Lenzumo,   Enguiso,  Locca e  Bezzecca iniziano le trattative   per un impianto  idroelettrico congiunto nella  Valle dei Molini, Soloi paesi della Bassa Valle decidono per l’alacciamento con Biacesa. Viene definitivamente  abbandonato il  progetto  della Centrale  di Molina.
23 maggio  1903. Don Giacomo  Regensburger,   curato  di Storo, forma  un Comitato  citta- dino per  la realizzazione  di un  impianto  idroelettrico  sul torrente  Palvico.
14 agosto  1903. Il Capitanato   Distrettuale   di Riva approva  il progetto  idroelettrico  della
Comunità   dei Concei e Bezzecca.
1904. I due Tiarno  abbandonano   iI progetto  Gerosa  del Municipio  di Rovereto.  A  fron- te della  indifferenza delle Amministrazioni  Comunali, viene formate un Comitato  fra citttadini  dei due Tiarno  per condurre   trattative  dirette  nella scelta tra la costruenda  Centrale Elettrica dei Concei e la Centrale  Elettrica  di Storo.
9 febbraio   1905 II Comitato cittadino  dei due Tiarno  visita la  Centrale di Storo  e deci- de per l'allacciamento elettrico dei due paesi. Il  Comune  di Tiarno  di Sotto accetta  la decisione del Comitato,  il Comune  di Tiarno di Sopra  si oppone  ed inizia trattative  con Concei. A fronte  delle  proteste  dei cittadini,  anche il Comune di Tiarno di Sopra accetterà  l'allacciamento  con Storo.
10 marzo 1905. Nasce il Consorzio Elettrico dei Concei, Lo presiede Camillo Collotta.
9 dicembre   1905. L'impianto idroelettrico    dei Concei è completato  a tempo  di record:
nella notte  sul Colle di Santo Stefano  viene accesa elettricamente   una  "superba  croce".

14 dicembre   1905. Inaugurazione   ufficiale  del nuovo  impianto  idroelettrico  dei Concei; L'acqua di Vies accende  la luce nelle case di Lenzumo,  Enguiso,  Locca e Bezzecca.

Forte d'Ampola



storia "Il forte d'Ampola"

Cenni storici:

Il compito del forte era quello di sbarrare l’altra strada verso Trento in un punto estremamente favorevole della gola. Era detto anche forte Glisenti, dal cognome della famiglia proprietaria di fucine situate in zona. Ottone Brentari verso il 1890 scrisse: "Ora non esiste quasi più nulla. Ove sorgeva venne fabbricata nel 1881 una casa". Nel 1909, Cesare Battisti, scrivendo la sua Guida delle Giudicarie annota: "Ora non si vedono che pochi sassi". Le macerie sono oggi in gran parte coperte da arbusti e zolle, qualcuno pensa erroneamente che i resti del forte siano i ruderi nei pressi del ponte o addirittura la casa eretta nel 1881 e restaurata qualche anno fa.

I garibaldini arrivarono per la prima volta al confine del Caffaro il 24 giugno ed entrarono in Storo due giorni dopo. Garibaldi pose il quartier generale in casa Cortella il 13 luglio. Da qui egli diresse personalmente le operazioni di accerchiamento e di attacco del Forte d’Ampola.

Riviviamo la vicenda della presa della fortezza seguendo due filoni di testimonianze: quello delle memorie popolari di Francesco Cortella, Giovanni Rinaldi e Bortolo Scalvini e quello delle cronache dei giornali dell’epoca. Il quadro sarà completato con qualche passo tratto dalla letteratura garibaldina.

Le cronache popolari

Il cannoneggiamento della fortezza fu deciso da Garibaldi la mattina del 15 luglio, dopo che il Generale ebbe ispezionato l’imboccatura della Val d’Ampola con Ergisto Bezzi. Il bombardamento iniziò la mattina del 17.

Il maggiore Dogliotti, al quale fu assegnato il cannoneggiamento, mise in azione 12 pezzi, 6 da montagna e 6 da campagna. Alcuni di essi furono trascinati sulle montagne, sovrastanti la gola dell’Ampola. Di notevole rilevanza strategica si dimostrò il Monte Croce (Capetél da Crus, a quota 811 m.) perché al di fuori del tiro nemico: le bocche del forte erano basse e da esse si poteva tirare solo nella valle.

L’artiglieria italiana distrusse ben presto tutto il tetto della fortezza, ma un colpo austriaco uccise il tenente Alasia e ferì 15 garibaldini. Scrisse Francesco Cortella: "Il 17 luglio – martedì (…) Ore 2 pomeridiane un Tenente d’artiglieria di anni 32 piemontese nell’atto che approntava un cannone sullo stradone al buco di Lorina, venne preso da una palla di cannone austriaco nello stomaco, che lo divise in due pezzi, restando ferito un sergente cannoniere più 15 garibaldini".

Nel pomeriggio gli austriaci esposero bandiera bianca e chiesero di cedere la fortezza partendo con gli onori militari e conducendo con sé tutto ciò che si trovava nel forte. Garibaldi non accettò e fece continuare il cannoneggiamento. Il cannone di Monte Croce rimbombò tutta la notte. Nel pomeriggio del giorno 18 gli austriaci esposero nuovamente bandiera bianca e avanzarono le stesse richieste del giorno precedente. Garibaldi rifiutò ancora, volendo anche loro prigionieri. Sono interessanti al riguardo le osservazioni di Riccardo Gasperi: "Di queste ripetute richieste di resa non trovo menzione in nessuna delle fonti che ho sott’occhio; ma d’altra parte, il Cortella – quantunque curioso, come quasi tutti i diaristi, di cose secondarie – dimostra d’essere persona onesta, e non distolta, dalla sua simpatia verso Garibaldi e i volontari, dal tacere ciò che trova loro a discutibile vanto. Datagli, pertanto, fede e considerata l’estrema probabilità che il comandante Preu abbia chiesto la resa, (…) sembra a me che il rifiuto di Garibaldi sia stato un atto di orgoglio, suggeritogli probabilmente dai politici che gli stavano attorno; un atto che contrasta con la sua umanità e sta per riuscirgli molto pernicioso".

Alle 3 pomeridiane del 19 gli austriaci si arresero e si diedero prigionieri: " Il generale Haud e il colonnello La Porta con tutto lo Stato Maggiore e parte del 7° loro Reggimento con bandiere bianche incise sopra n. 7 si portano a ricevere il Forte e i prigionieri ritornando alle 6 e mezzo con 160 prigionieri, parte Cacciatori, parte Boemi e parte volontari Scrissari, quali vennero condotti nella Chiesa di S. Andrea ed i 4 prigionieri cioè primo Tenente Conte Crua e il Tenente Prain che conosco con altri 2 tenenti vennero collocati in mia casa raccomandandomi il Generale Haud di dare loro una buona stanza con buoni materassi come lui; a S. Andrea furono trattati con molto vitto i prigionieri ed i 4 ufficiali furono invitati al pranzo con il generale Haud e Colonnello La Porta dove stettero fino alle ore 12 di sera. Questi 4 ufficiali tenevano la spada. Nel Forte d’Ampola furono ritrovati 5 feriti e un morto, per cui di notte furono i feriti qui trasportati con il loro medico che li accompagnò fino a Storo, poscia il medico austriaco venne reso al suo corpo".

Il giorno successivo i prigionieri partirono per Brescia. Giovanni Rinaldi li vide passare per Darzo: "La mattina dopo colazione gli abbiamo veduti a passare per Darzo, avanti in timonella il Capitano con due Ufficiali indi i suoi duecento Cacciatori con dieci cannonieri tutti involti nei suoi mantelli, e melanconici come fossero in mano a barbari, ma invece erano ben trattati e chi gli esibiva zigari chi da bere, insomma furono fortunati: cherano esenti di prestare la pelle: e così circondati da Garibaldini ove furono condotti alla Rocca d’Anfo".

Il caffarese Bortolo Scalvini così racconta l’accoglienza dei prigionieri: "Garibaldi ordinò ai suoi soldati di menarli in Storo alla sua presenza, e così fu eseguito, senza nessun oltraggio furono presentati circa 150 prigionieri alla sua presenza il quale gli fece un bellissimo accoglimento facendogli dare da mangiare e da bere a suo conto anche gli ufficiali furono trattati magnificamente. Finalmente Garibaldi ordinò che si menassero alla sua presenza tutti questi prigionieri nella piazza di Storo ove c’era schierato un corpo di Garibaldini ad aspettarli, e Garibaldi alla presenza di tutti, comandò a quelli che dovevano scortarli a Brescia di non fargli nessun scherzo sconvenevole e di considerarli come fratelli e di soccorrerli lungo il viaggio e guai a quelli che li avessero maltrattati che gli sarebbe dato un severissimo castigo; così partirono per la volta di Brescia il quale anche i cittadini li accolsero con grande giubilo".

L’operazione "Forte d’Ampola" costò da parte garibaldina, 2 morti e 31 feriti; 1 morto, 25 feriti e 178 prigionieri da parte austriaca. Un contemporaneo cronista di Arco annota che le "orride gole" furono da Garibaldi "sforzate con miseranda perdita dei suoi". La resa rispose tuttavia a un saggio calcolo del comando austriaco il quale "credè meglio darsi prigioniero che restar vittima senza alcun vantaggio".



Tanti prigionieri le camice rosse non fecero neppure nelle battagli di Monte Suello, Condino e Cimego messe insieme. Tuttavia l’esperienza del Forte d’Ampola – un solo forte munito di due soli cannoni, la cui"resa" costò cinque giorni di accerchiamento con due giorni e mezzo di fuoco – non poteva tingere di rosa la prospettiva di vincere la resistenza dei tre forti di Lardaro, forniti, nell’insieme di venti bocche da fuoco.

Nell’accerchiamento del Forte furono impiegati circa 2.300 uomini, senza contare le compagnie che il 18 luglio, provenendo dalla Val di Vestino, scesero nella Valle di Ledro alle spalle dei difensori.

Nel Forte agli 11 artiglieri e ai 33 uomini di presidio, comandati dal tenente Preu, si era aggiunta il 15 luglio una compagnia di cacciatori, costrettivi dalle operazioni di accerchiamento dei garibaldini, portando così a circa 200 il numero dei difensori.

A determinare la resa di Preu fu soprattutto quello che la letteratura garibaldina definì "lo stratagemma del Blenio". Ce lo narra Giuseppe Cesare Abba: "Il fortino d’Ampola era investito, bombardato, ma non cedeva: Si sapeva che il Generale l’avrebbe voluto per avere il passo libero il 20. Il Blenio si stizzì. Perché il fortino non doveva obbedire? Di roccia in roccia e solo, discese di là dal forte, s’appiattò sulla strada a venti passi da quello e aspettò. Si vedeva dalle alture una chiazza rossa laggiù, che non si capiva cosa fosse, ed era lui. Uscivano, quei del forte di quando in quando due tre, forse a respirare, forse a bere l’acqua della cascatella che si vedeva laggiù come la coda di un cavallo bianco. Un tratto che ne uscì un solo, quella chiazza rossa balzò sopra lui che si fermò; gli si avvicinò rapida, gli si mise a lato, entrarono insieme nel forte; e pochi minuti di poi sventolò sovr’esso la bandiera bianca. Un grido di gioia la salutò da tutta la cerchia dei monti; tacquero i cannoni di Monte Croce, corsero presto i parlamentari, e giù giù file di nostri da ogni sentiero al fortino, dove si seppe che il Blenio aveva tanto osato da parere un folle al Comandante: il quale credendo di avere chi sa qual nerbo di nemici anche alle spalle, e trovandosi nelle casematte dei morti e dei feriti parecchi, per le granate che vi erano entrate, alla intimidazione del Blenio, apparsogli improvviso a quel modo e in quel luogo, s’era arreso".

Le cronache dei giornali

La vicenda del Forte d’Ampola del luglio del ’66 trova molte e diffuse ripercussioni sulla stampa quotidiana dell’epoca. Gli articoli non recano mai la firma dell’autore e sono pubblicati con ritardo rispetto al momento temporale in cui si verificò il fatto. In essi trovano risalto, per il nostro caso, soprattutto due aspetti: la descrizione della resa e le facili previsioni di vittoria che la caduta del Forte ha dischiuso ai garibaldini. Mi limito a riportare per intero due cronache che sono, in questo senso, assai esemplari.

Sul numero di lunedì 23 luglio la Gazzetta del Popolo riportava il seguente articolo scritto a Storo il 19 luglio:

"Storo (Tirolo), 19 luglio – Ci scrivono:

Non m’ingannava annunziandovi imminente la resa del forte d’Ampola. Questa mattina dopo un terribile cannoneggiamento il comandante del forte offriva di arrendersi cogli onori di guerra. Garibaldi rifiutò e il fuoco continuò più terribile ancora sotto la direzione dell’egregio maggiore Dogliotti, il quale spiegò in questa impresa vera capacità.

Alle ore due il comandante di Ampola modificò la sua proposta. Si sarebbe reso depositando le armi, ma a patto di aver libero il passo. Garibaldi rifiutò ancora. (Li voglio a discrezione) disse il Generale, e così fu. Si scambiarono ancora alcuni colpi, e i nostri erano tanto aggiustati che la polveriera del forte minacciando scoppiare, fu necessità aprire le porte incondizionatamente. Infatti alle 3 pomeridiane un parlamentario usciva da Ampola, e pochi istanti dopo un battaglione di garibaldini ne pigliava possesso. Vi trovammo 165 austriaci così detti ma quasi tutti nativi del Tirolo italiano. Erano abbondantemente forniti di viveri e di munizioni e Ampola per la sua costruzione (una specie di mamelon) e per la sua posizione topografica poteva ancora lungamente resistere.

Sembra che la tema che il nostro fuoco potesse incendiare la polveriera e ancora più la tema di un assalto alla baionetta che i garibaldini invocavano da due giorni ad alte grida abbia deciso i soldati a far pressione sugli ufficiali e quindi ad arrendersi.

Uscirono in mezzo ai nostri e mostravansi lieti: strinsero la mano ai garibaldini e alcuni gridavano viva l’Italia. Il comandante ci chiese con premura come volgessero le sorti delle armi austriache in Germania, e appena conobbe la battaglia di Sadowa si mise a piangere come un fanciullo.-So che un ufficiale trentino, certo Colzi, era dei più ostinati a rifiutare la resa. I prigionieri giunsero in Storo. Furono ricevuti degnamente in mezzo al silenzio di una immensità di garibaldini. Alloggiarono nella chiesa di Sant’Andrea, e domani volgeranno verso Brescia.

Ecco finalmente schiusa la strada. Ecco finalmente cannoni austriaci caduti in potere degli italiani; ecco una bandiera giallo-nera strappata all’aborrito nemico. Questa bandiera fu inviata subito a Firenze accompagnata da un ufficiale e in tutta solennità. Queste imprese si debbono ancora una volta ai garibaldini.

Domani o dopo proseguiremo verso Riva. Ormai la strada è libera fino a Lardaro ed i nostri reggimenti avanzano occupando tutte le alture.

Oggi fu dunque giornata di festa e di festa italiana, suonano le trombe, evviva d’ogni parte. Ed io finisco pure col grido Viva l’Italia" .

Il quotidiano Il Sole pubblica il 23 luglio due articoli sui fatti dell’Ampola. Sono ambedue datati 20 luglio e scritti a Storo. Il primo racconta concisamente l’episodio della resa descrivendo la gioia che si diffuse subito in paese.

Il secondo è più lungo e minuzioso. Si sofferma sulle operazioni di accerchiamento, sulla morte del tenente Alasia al Bus de Lorina e sul comportamento degli austriaci all’atto della resa:

"Storo, 20 luglio

Mi trovo a Storo da questa mattina ed ho la fortuna di assistere alla resa del forte d’Ampola che vi descrivo…

Avanti ieri, alli 21, 2 di mattina, l’artiglieria nostra, la quale aveva posto sopra le alture attorno al forte, quasi siccome miracolo, 6 pezzi da artiglieria, stati colà portati a spalla d’uomini, valentemente diretti e comandati dal cav. Maggiore Dogliotti, incominciò a mitragliare il forte con quella precisione che noi tutti conosciamo; ogni bomba faceva una breccia ed in meno di 35 ore le mura solidissime dell’Ampola erano quasi diroccate. Intanto il corpo dei garibaldini s’avanzava da tutti i punti circostanti ed aveva attorniato il forte su tutte le alture in guisa che non rimaneva tanto per parte dei nostri come per gli austriaci nessuna via di salvamento: o vincere o morire: non c’era che cedere o rimanere sul campo.

Avvenne in questo spazio di tempo il doloroso fatto che tolse la vita ad uno dei nostri valorosi soldati, tenente d’artiglieria signor Alasia, ed al caporale suo dipendente. Questo bravo ufficiale disse, scherzando coi suoi vicini: scommetto un pacco di sigari che al terzo sparo io stendo l’asta della bandiera austriaca sul forte – così fece – punta: la prima palla passa sopra la cima, punta ancora, e l’asta è spaccata in due, la bandiera cade; rimaneva un tronco d’asta alto un metro. Oh! Voglio atterrare anche quello, esclamò il prode ufficiale, punta la terza volta ed il tronco scompare; ma in quel fatale istante arriva una mitragliata sul fianco sinistro del pezzo, che coglie il tenente Alasia all’anca sinistra ed al fianco, ed un frantume spicca il capo al caporale; ambedue rimasero cadaveri.

Ieri mattina per tempo gli austriaci si avvedono che il forte non può più resistere, giacchè da qualunque parte scorgono una compagnia di garibaldini a 150 m. di distanza alle spalle, pronti a profittare della breccia ed invaderli alla baionetta. Allora succede uno scompiglio assoluto, immediatamente decidono di arrendersi ed innalzano la bandiera bianca. Questa però essendo elevata in sito coperto da un muro dal lato ove il bravo maggiore d’artiglieria dirigeva la batteria, non serve a farla resistere del cannoneggiare, del che, avvedutisi, deposero le armi, e saliti quanti rimanevano sui rimanenti muri, con alla testa due tenenti, di cui uno portante la bandiera bianca, arrivarono farsi intendere e l’ultima palla, un momento prima spiccata, colpì un soldato fra essi e fu l’ultima vittima che segnò col suo sangue questa strenua difesa. La forza del forte si riduceva a 200 uomini circa con 4 ufficiali ed un sergente d’artiglieria, cannoni e munizioni da guerra per 30 giorni.

Essi si resero a discrezione ed in questo momento i soldato sono qui ricoverati, mentre i 4 ufficiali dopo d’esser stati ricevuti dal generale Garibaldi, con quella generosa cortesia che lo distingue in guerra, furono inviati a Brescia in particolar condotta".

L’euforia delle camicie rosse seguita alla presa del Forte d’Ampola è efficacemente descritta dal garibaldino Raffaele Villari addetto al quartier generale di Garibaldi a Storo:

"Dopo un lungo cannoneggiare, il giorno 19, il forte si arrende senza condizioni, perché le nostre granate hanno perito sei artiglieri. Il settimo reggimento l’occupa immediatamente. I volontari che in questo blocco hanno dovuto incontrare le supreme necessità della vita, intrecciano una danza sui rottami della fortezza al festivo suono della fanfara. Essi però non s’inebriano della vittoria, come non si prostrano nella sventura.

Abbiamo duecento prigionieri; la strada rotabile è nostra e possiamo trasportare quanti pezzi grossi vogliamo…

Io mi trovo assiso accanto al Comandante della Fortezza, il quale assieme ad altri tre ufficiali austriaci pranzeranno alla mia tavola. Sono fieri e marziali, benché vinti, pure nei loro occhi si legge la minaccia. I loro pugni posano sull’else delle sciabole che hanno perduto il taglio. Le loro uniformi a colore di latte sono pulitissime e le loro teste abbastanza profumate, come se venissero da una festa da ballo. La qual cosa mi ha lasciato una viva impressione!".

L’entusiasmo e l’euforia durarono ben poco: Furono prima smorzati dalle gravi perdite della battaglia di Bezzecca del 21 luglio, dalla quale i garibaldini usciranno con 121 morti e dispersi, 451 feriti e 1.070 prigionieri. Le perdite austriache furono solo un ottavo. Mutarono poi in arrabbiata delusione quando - il 9 agosto – Garibaldi ricevette l’ordine di sgomberare il Tirolo.

Ridiscendendo l’Ampola che avevano ritenuto essere la chiave del Tirolo, superata la quale tutto sarebbe stato agevole, sostano a dissetarsi alla cascata del Forte e la guerra del ’66 appare loro come una grande, triste ed inutile commedia.


Notizie sull'opera:

La Relazione Ufficiale Italiana della guerra del 1866 lo descrive così: il forte è fatto di "un blocco stradale di pietra, a prova di bomba, con due cannoniere, e d’una caserma difensiva di eguale fattura, i quali due edifici sono separati da un cortile murato, con due porte, attraverso le quali passa la strada – aperta nel 1846 – che sale da Storo verso la Valle di Ledro. Il blocco è armato di due obici lisci di 130 mm". La descrizione è confermata dai dipinti garibaldini e da una rara fotografia scattata prima della demolizione avvenuta pochi anni dopo la guerra del ’66.


Lungo la strada delle Giudicarie in località omonima ma, come già detto, non esistono resti del forte



*Il materiale è tratto dal sito del comune di Storo